LE PRIME VOLTE
Ovvero la salsa per i bolliti, madri, nonne e finte bisnonne
Per varie circostanze, alcune anche dipendenti dalla mia volontà, mi ritrovo qui a casa, da sola. Ed è la sera della vigilia di Natale. Anno di grazia 2003.
Pensandoci, è proprio la prima volta da quando sono nata.
46 vigilie più o meno volontariamente festanti, una dietro l'altra senza mai perderne una e poi, la 47esima...puf!
C'è sempre una prima volta e, devo dire che anche se generalmente mancano di quella professionalità nella ricerca del piacere dovuta all'esperienza, mi piacciono molto le prime volte. Stupiscono solo per il fatto di assumere quel valore e tutto sembra avvolto da un'aurea da primato, di avventura, anche se di fatto non accade nulla di particolare. Come stasera.
Avrei anche potuto cercare una casa piena di gente, luci, e cibo, era facile, ma non l'ho fatto.
Sono qui, ho spento la tv dopo avere scorso brevemente la programmazione che ha spento me, radio con nastrone di ottima musica, sto con molta calma e molta cura (per quanto mi è possibile fare le cose con cura) cucinando un tradizionale pranzo di natale che domani (per motivi troppo lunghi da spiegare) potrebbe anche con buone probabilità non verificarsi e lasciarmi unica commensale. Un buon merlot, l’anziano cane felice e serenamente adorante, tavola disordinata, briciole e prezzemolo sulla tastiera del nuovo portatile, telefono assolutamente muto.
Nessuno se lo immagina che sono qui da sola, proprio nessuno e me ne guardo bene dal fare trapelare la notizia. Qualcuno domani forse si offenderà, o si preoccuperà, pazienza.
Fra un po' farò anche il bucato in lavatrice, sono giorni che m'aspetta e stasera per lui ci sarò.
Ho appena assaggiato la salsa per i bolliti sul fuoco. Divina. La migliore che abbia mai fatto. Ora bestemmio, attenzione...più buona di quella di mia zia e di mia madre.
Di quella mitica della nonna materna ho solo notizie riportate con toni e sguardi da apparizione mistica Forse è come la sua. Mi piace pensarlo.
Forse è proprio lei ad avere guidato la mia mano stasera.
Io e mia nonna non ci siamo mai conosciute e mi dispiace. Di lei so molto poco. Di poverissime origini, era stata adottata ancora bambina, e purtroppo non ufficialmente, da una signora provvista di marito, ma improvvidamente senza figli, della ricca borghesia bottegaia. Proprietari della migliore pasticceria della città.
Parliamo, naturalmente, della fine dell’800 bolognese.
Della sua infanzia non si sa nulla. La immagino io intrisa di tenace educazione domestica e repressione, stile un po’ "vittoriano", tipica dell’epoca e volta a cancellare anche la più piccola memoria in quel DNA di così poveri e grezzi natali.
Il matrimonio viene, come da protocollo, combinato con un impiegato di un noto negozio di strumenti musicali della città. Un uomo mite, molto religioso, amante della natura e della buona musica. Un brav'uomo, pare con più di una vena artistica.
Suonava la fisarmonica e allietava i frequenti ospiti con una bella voce tenorile. Anche i suoi futuri presepi sembra fossero ogni anno sempre più ricchi di particolari e molto ammirati.
Dall'unione pensata a tavolino, nascono due figli (in questi casi ci si chiede sempre come e con che emozioni) e mia madre, la maggiore, viene al più presto avviata al pianoforte. Come una buona signorina di rispettabile e borghese famiglia.
Addirittura, ad un certo punto, viene pure ritirata dal rinomato ginnasio che frequentava e che per lei assumeva l’unica occasione di socialità e piazzata definitivamente in casa, davanti allo strumento.
L’ausilio solerte di un’insegnante privata, le consentiva di superare, privatamente e sempre a pieni voti, tutti gli esami del Conservatorio musicale locale. Compreso quello affrontato di fronte ad Arturo Benedetti Michelangeli in persona.
La mia bisnonna, che non era quindi vera e propria bisnonna, pare si sia sempre fatta chiamare da tutti della sua famiglia-creatura, "Signora". Compresa la figlia adottiva, oppure con nomignoli storpiati dai nipotini di questa stessa interlocuzione , tipo "Sciò".
Il fatto che accettasse di farsi chiamare anche " Sciò", la deposita nella mia fantasia in quella categoria di persone acriticamente e pedissequamente osservanti i crismi della cultura di una famiglia borghese dell’epoca, ma con quel briciolo di stravaganza salvifica che, ad esempio, le aveva permesso d’imporre al marito e a tutta la sua reticente famiglia d’origine, la scelta coraggiosa di adottare a tutti gli effetti (almeno tutti quelli a sua conoscenza) una bambina.
Purtroppo il seguito della storia fa presumere che "Sciò", pur essendo apparentemente tanto desiderosa di donare il proprio amore ad altri, ne fosse più che altro affamata lei e non fosse quindi molto esperta nei rapporti affettivi tra madri e figli. Ma non corriamo.
Viveva con loro, anche dopo il matrimonio della figlia adottiva. Anzi, erano loro a vivere con lei e da lei. E pure del marito e del rapporto esistente fra loro, non si sa praticamente nulla, tranne che ad un certo punto questi decide di lasciare precocemente questo mondo, lasciarla vedova e consentirle di indossare quegli abiti di toulle, perline e pizzo nero con cui l’ho conosciuta nelle immagini ufficiali in "giallo e marron" dell’album di famiglia.
Grande casa al piano nobile di un bel palazzo nel pieno centro storico, piena di sale e camere con mobili austeri tutti rigorosamente ricoperti da miriadi di preziose tele finemente ricamate di tutte le forme e dimensioni, come anche le tende, gli arazzi, i copriletto, le lenzuola, gli asciugamani, gli strofinacci per la cucina, le tovaglie, i tovaglioli, i centro tavola, i grembiuli, i fazzoletti, le camicie da notte, i pagliaccetti, i bavaglini, i ciripà per i bambini e le pezze per il ciclo mestruale.
Mia nonna era di fatto una ricamatrice compulsiva.
E quando non ricamava, cucinava.
Entrambe le sue due uniche attività, pare però le svolgesse con ottimi risultati. Sia dal punto di vista qualitativo, ma anche quantitativo.
Oltre alla casa, agli armadi ed alle cassapanche, ricolmi di biancheria riccamente e finemente ricamata, in quella casa vi erano infatti svariate occasioni di inviti a pranzi e cene. E lei, aiutata da ragazzine provenienti dalla campagna che venivano a loro volta cresciute in famiglia, ma per carità, tenendo ben distinti ruoli e classi sociali, imbandiva tavoli, naturalmente ricamatissimi, con ogni ben di dio della tradizione gastronomica bolognese che, notoriamente, non s'è mai fatta mancare nulla.
A tali eventi pare fossero invitate più o meno sempre le stesse persone, coniugi e singols, parenti e conoscenti di similare estrazione sociale. Le coppie presenti poi ricambiavano con altri pranzi e cene dove ogni padrona di casa ingaggiava la sfida della tovaglia più ricamata e inamidata e naturalmente delle tradizionali preparazioni culinarie.
Spesso capitava che contando gli ipotetici invitati, si arrivasse a tredici.
L'ancora di salvezza in questi casi, era sempre l'insegnante di pianoforte di mia madre. Che chissà se si è mai chiesta come mai alle sontuose tavolate a cui era invitata in quella casa, sedevano negli anni sempre e comunque quattordici persone.
Io credo di sì, ma ai quei tempi le signorine stagionate insegnanti private di pianoforte, avevano poche occasioni sia per degustare cibi opulenti e sia di socialità e quindi, probabilmente e filosoficamente, soprassedeva.
A capotavola, nelle grandi occasioni, pare ci fosse sempre un importante e corpulento, monsignore. Ottima forchetta, grande faccia tosta ufficialmente riconosciuta e autorizzata dalla sua posizione sociale e altrettanta autorità nel campo della critica gastronomica.
Quando il monsignore, dopo la prima cucchiaiata di tortellini in brodo, appoggiava lentamente il cucchiaio nel piatto, piegava la grande testa leggermente indietro e chiudendo gli occhi, testava scientificamente la preparazione, tutta l’intera tavolata tratteneva il fiato.
E quando, dopo una lunga pausa di grande effetto, solennemente proferiva il responso, la formula di rito della vittoria: "Questi sì, che sono tortellini!", mia nonna levitava silenziosamente a dieci centimetri dalla sedia e tra tutte le altre donne presenti, serpeggiava un moto di delusione e invidia e rumoreggiar imbarazzato di posate d’argento e sinistri scricchiolii di scranne.
Mi piace pensare che l’unica donna felicemente disinteressata al confronto, fosse proprio l’insegnante di pianoforte che, una volta tanto, godeva di uno dei privilegi della propria solitudine.
Poi le serate seguivano allietate da qualche sonata al pianoforte di mia madre, ragazzina prodigio, della sua insegnante, della fisarmonica e della chiara voce di mio nonno.
Mi sembra di vederle tutte quelle signore di nero e merletti vestite, a sventolarsi con i ventagli cinesi sulle poltroncine rivestite di preziosissimi ricami e gli uomini con i panciotti e gli occhialini sul naso che non vedono l'ora di tornare a fumarsi il sigaro e a bere rosolio o nocino rigorosamente preparati in casa, nel fumoir.
A Natale, poi giocavano a carte e pare che al monsignore, abituato al suo autorevole ruolo di potere in diversi campi, non piacesse perdere.
Barava senza ritegno, infantilmente, tutti lo sapevano, ma nessuno pare abbia mai avuto il coraggio di ribellarsi, smascherarlo e farlo smettere. Era molto temuto.
Comunque tutta questa vita, felice o infelice che fosse, è durata fino alla morte della "signora" quando i suoi eredi, quelli anagraficamente "di diritto" e senza pare alcuno scrupolo, hanno preso tutto quello che c'era da prendere, lasciando mia nonna, il marito e i due figli, piuttosto nei guai.
Più che nei guai, diciamo molto amareggiati e spaesati. Mio nonno infatti un lavoro l'aveva ed allora, con un impiego, si poteva mantenere decorosamente un'intera famiglia.
Dovettero cambiare casa, una molto più piccola. Mio nonno la volle a tutti i costi con il giardino perché, nell'altra, il giardino non c'era.
I bisnipoti dei mughetti piantati da mio nonno, si possono ancora ammirare in quel minuscolo giardino racchiuso tra mura.
Mia madre racconta che mia nonna da allora cominciò a lasciarsi morire. Dice che era talmente legata alla madre adottiva, da preferire di morire con lei, piuttosto che tentare di essere felice con il marito ed i suoi due figli.
Diventò sempre più gialla e morì quando mia madre aveva diciassette anni. E lei, che non aveva mai nemmeno cucinato un uovo al tegamino, per carità non doveva rovinarsi le mani da pianista, dovette improvvisarsi in brevissimo tempo donna di casa con due uomini da accudire. Padre e fratello minore.
Mi sarebbe tanto piaciuto conoscere anche mio nonno, un animo nobile, ma purtroppo è morto pochi giorni dopo la mia nascita.
Ecco, tutto quello che so di mia nonna grande ricamatrice e cuoca.
Ma guarda un po' dalla salsa per i bolliti, cos'è saltato fuori.
Scusatemi, ho fatto serata anch’io.
E buon natale a tutti
ai belli, ai brutti,
ai magri, ai grassi,
agli alti e ai bassi,
ai biondi, ai mori,
pure ai rossi
e a chi salta al volo i fossi.