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scrivere è un po' come cucinare

Autore: alessandra


diario di una donna pigra

09 / 02 / 2004
risposte alle domande di mikis

Com’è poi andato il pranzo di Natale?

Sei proprio sicuro di volerlo sapere?

Mah! Una risposta sensata presumerebbe una premessa di un’altra premessa. Praticamente la storia della mia famiglia, che ti risparmierei.

Facciamo quindi che tralascio la premessa della premessa e passo direttamente ad elencare unicamente i motivi contingenti per cui temevo di restare unica commensale di fronte ai tortellini e bollito con divina salsa:

1) Già la tavolata sarebbe dovuta essere piuttosto ristretta ed intima (ed è qui che s’innescherebbe la super-premessa che per bontà ti risparmio). Per brevità ti dico solo che eravamo calcolati in quattro;

  1. Mio figlio però era partito senza preavviso il giorno prima per la montagna con il di lui padre dal quale sono separata. Quindi si restava comunque in tre ad un pranzo che avevo praticamente organizzato per lui;
  2. A quel punto purtroppo non avevo più potuto disdire l’invito a mia madre ed il suo compagno, azzerando quindi l’impegno e godendomi una fantastica dormita natalizia fino al primo pomeriggio. Una vera disdetta;
  3. Però mia madre ed il suo compagno, pur pluri-ottantenni entrambi, litigano spesso violentemente e quando accade, lei se ne torna a casa propria e lui naturalmente non compare alle cene ed ai pranzi. E visto che, per esperienza, le feste di natale sono spesso state scenari di tali contrasti, si rischiava con una certa alta probabilità di rimanere solo in due. Io e mia madre;
  4. Ma mia madre, che da tempo ha perso molta della sua memoria, quando litiga con il suo compagno si destabilizza ulteriormente e azzera ogni consapevolezza temporale del tipo "che giorno è oggi" nonostante mi telefoni più o meno ogni mezz’ora per chiedermelo. Si poteva quindi verificare l’incresciosa situazione che lei non ricordasse affatto la ricorrenza e se ne andasse a fare un giro senza che io potessi rintracciarla in quanto non possiede un cellulare.

Ecco qui.

E com’è andata?

Beh, mia madre ed il suo compagno si sono invece presentati all’ora stabilita in compagnia di un bel dolce e se un pranzo di natale in compagnia della svaporatezza di mia madre e l’autorevolezza piuttosto grezza di un generale in pensione, lo puoi considerare ben riuscito, allora è andata bene.

 

Per la vigilia in solitudine, mi ero già espressa.

Un’esperienza certamente da ripetere, ma sempre con lo spirito giusto.

Cucinare con calma, buona musica, tutti i problemi parcheggiati temporaneamente nella zona "con filosofia", una storia qualsiasi da scrivere e una data simbolicamente importante.

Tutti gli ingredienti per una serata speciale in compagnia del nostro migliore amico e peggiore nemico.

Ecco perché quel bel plurale maiestatis del "noi stessi". O no?




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01 / 02 / 2004
la metafora dello sgabuzzino

 

LA METAFORA DELLO SGABUZZINO

Che pare molto di più che una metafora, quando è il momento dello

sgombero.

***

Io lo so che esistono persone incapaci di comprendere nella sua vera forza ed essenza quello che sto per raccontare, persone che non troveranno il modo di farsi coinvolgere, persone prive del supporto culturale e di conseguenza della strumentazione psichica indispensabile per comprendere.

Di fronte al racconto dello sgombero di uno sgabuzzino, a mio avviso solo gli appartenenti a due isolate categorie umane non potranno essere scossi da sussulti di condivisione estrema ed intima solidarietà:

  1. i maniaci, i malati, quelli che gestiscono quotidianamente il loro

sgabuzzino come l’infermiere professionale usa riporre i ferri del mestiere prima e dopo ogni intervento chirurgico, oppure come il collezionista che nulla ripone senza averlo prima ordinatamente catalogato;

2) e quelli che uno sgabuzzino non l’hanno mai posseduto e, se mai l’hanno

posseduto, per le svariate circostanze che la vita ci offre, non hanno mai avuto il problema della sua sistemazione perché se n’è sempre occupato qualcun altro, senza forse mai coinvolgerli nemmeno nell’inevitabile e deresponsabilizzante trasporto finale dell’immondizia.

Ora non intendo entrare in disquisizioni filosofiche, psicologiche, sulla ricchezza emozionale-esperienziale, sulla preziosa validità metaforica e quindi subliminale, che una tale prova può offrire e quindi sulla povertà umana di chi non ha mai dovuto fare fronte a una simile eventualità.

Vorrei infatti che il mio testo fosse letto anche da questi con quella disposizione d’animo di apertura verso l’ignoto che potrà avvicinarli, anche senza la pretesa d’introdurli in un’esperienza che se non si vive di persona è inutile parlarne, a quel mondo delle "mille scelte e fondamentali decisioni tutte concentrate in poche ore".

Infatti il problema dello sgombero di uno sgabuzzino (vedi anche cantina, garage, soffitta) non spaventa solo per la mera fatica fisica o perdita di tempo che pure comporta. Non viene rinviato di settimana in settimana, di mese in mese, di anno in anno, non raramente anche di decennio in decennio, per questi pur comprensibili, ma di fatto futili motivi.

Il motivo reale, quello che sottende al panico che coglie il proprietario-responsabile dello sgabuzzino ogni volta che apre quella porta, è un problema molto più profondo, esistenziale. E’ l’angoscia che deriva dalla consapevolezza che il giorno che deciderà "lo sgombero", sarà chiamato ad affrontare un numero di dilemmi e scelte epocali, tutte concentrate in poche ore.

Toglietevi quindi definitivamente dalla testa che la risistemazione di un ripostiglio si possa annoverare nella categoria delle pure attività manuali. E’ un errore grossolano, in cui può cadere solo chi è spesso vittima di una visione superficiale dell’esistenza.

Il lavorio emotivo-intellettuale che viene innescato nell’occasione è immane e comprensibilmente spaventa anche i più intraprendenti, gli arditi e pure i compulsivo-decisionisti.

Peraltro, e bene lo sanno solo coloro che l’hanno provato sulla propria pelle, le scelte da affrontare non sono certo solo pari al numero degli oggetti presenti nel locale, come il dilettante potrebbe pensare. E sarebbe comunque tanto e già probabilmente al di sopra delle forze di molti. Ebbene, no.

Il numero delle domande che si dovrà porre ed alle quali sarà comunque costretto a dare risposta, saranno molte, molte di più.

E considerando il fatto che nessun proprietario-responsabile di sgabuzzino sa esattamente, ma nemmeno lontanamente quanti oggetti contiene il proprio sgabuzzino in un qualsiasi momento della sua esistenza (a meno che non si tratti di un appartenente alla prima categoria sopra menzionata e di cui non ci occupiamo), e considerando che per ognuno di questi ancora misteriosissimi oggetti dovrà pure porsi svariate domande che apriranno a loro volta nuovi filoni di responsabilità decisionale, possiamo - senza neppure azzardare troppo - affermare che ci troviamo di fronte ad un evento storico fondamentale della nostra esistenza, parimenti forse all’adolescenza, al matrimonio, alla nascita di un figlio.

Si annuncia quindi il primo assioma della teoria sistemica dello sgombero degli sgabuzzini:

    • Il numero delle domande che ci si pone durante uno sgombero è sempre pari a 27 volte il numero degli oggetti da sgomberare –

Vediamole:

    1. E tu chi sei?
    2. Chi e cosa mi ricordi? (Attenzione, domanda piena di trabocchetti, si potrebbe rimanere ore sullo stesso oggetto con lo sguardo perso nel vuoto e lacrime che lentamente riempiono gli occhi annebbiandoli, ritardando ulteriormente il lavoro)
    3. In che periodo della mia vita ti ho acquistato, rubato, preso in prestito o da chi ti ho avuto in dono? (Idem come sopra)
    4. A cosa servivi, se mai sei servito a qualcosa?
    5. Perché, allora, sei nello sgabuzzino da 6 anni?
    6. Perché non sei saltato fuori prima che io acquistassi un tuo corrispettivo?
    7. Potresti ancora servirmi?
    8. Sicuro?
    9. Sicuro, sicuro?
    10. Dove potrei collocarti ora?
    11. Ancora nello sgabuzzino?
    12. E in quale suo scaffale?
    13. Ti do invece una nuova visibilità nell’appartamento?
    14. E dove?
    15. In questo caso hai bisogno di una piccola ristrutturazione?
    16. Ne vale la pena? (a volte qui ci si ritorna a porre la domanda 8)

Se subito alla domanda 8) o dopo avere comunque tentato la disanima fino alla 16) la risposta è "NO":

17) Allora sei proprio da buttare?

18) O puoi invece servire ancora a qualcuno che non sia io?

19) A chi?

20) All’amico tal dei tali?

21) Alla signora delle pulizie?

22) Alla Caritas?

23) All’ex che ti aveva reclamato 5 anni fa?

24) Potrebbe esistere qualcuno disposto a corrispondere denaro per averti?

25)Desidero recuperarti solo perché ti accordo un valore simbolico-sentimentale o perché oggettivamente hai ancora da offrire il tuo servigio?

26)Desidero al contrario buttarti per una sorta di reattività emotiva alla memoria che mi evochi, o perché oggettivamente non hai più alcuna possibilità d’uso nemmeno come tipico esemplare di modernariato?

27) Aspettando ancora qualche anno, potresti prima o poi rivestire qualche

valore storico e/economico?

Ed eccoci a postulare il secondo assioma che qualifica il tipo di relazione che si instaura tra l’addetto allo sgombero e l’oggetto da sgomberare, continuando a delineare sempre più lo "spazio" in esame come un vero e proprio mondo rovesciato; lo sgabuzzino come il mondo allo specchio di Alice:

    • E’ nella natura di ogni sgombero di sgabuzzino il ribaltamento dei consueti ruoli tra soggetto e oggetto. L’oggetto diventa infatti

perentorio ed il soggetto sottomesso –

Non deve ingannare l’individuazione di "chi decide cosa buttare" per riconoscere il membro più forte nella relazione.

Nel nostro caso, infatti, chi impone perentoriamente se stesso nella relazione ed obbliga l’altro a porsi ben 27 domande, è certamente l’oggetto.

L’oggetto che, esistendo in sé ed avendo una storia relazionale con il soggetto, entra in una dimensione "altra". Da inanimata, dimenticata e muta presenza sullo scaffale, a essere vitale, carico di improrogabili richieste, al momento dello sgombero.

Il terzo fondamentale assioma, sarà infatti il seguente:

- Non si può non scegliere -

Anche questo assioma racchiude in sé l’essenza filosofica del problema.

L’addetto infatti non s’illuda che lasciando un oggetto al suo solito posto sullo scaffale, ciò lo abbia sottratto dall’avere comunque operato una scelta.

Anche il solo richiudere della porta del locale senza avere avviato l’operazione, rinviandola ad un ipotetico "domani", ha in sé imponenti e elementi di decisionalità carichi di significato.

E’ racchiusa qui l’essenza della dinamica di ogni sgombero e ciò spiega le forti resistenze e rimozioni prima dell’atto e poi il senso di grande autostima e liberazione una volta che l’atto è mandato a compimento.

Altro assioma fondamentale, il quarto, è dato dall’elemento temporale:

- Lo sgabuzzino si sgombera sempre in giorno festivo -

E’ curioso verificare che mai nessuno abbia progettato e poi effettivamente intrapreso uno sgombero, in giorno feriale.

Ciò sembrerebbe a prima vista sovvertire basilari insegnamenti della dottrina cristiana ormai così radicati nella nostra cultura e nelle nostre abitudini.

Una chiara e conclamata violazione del terzo comandamento, che però sorprendentemente mai implica pentimento e quindi desiderio di purificazione.

Da nostre approfondite ricerche in ambito ecclesiastico-

parrocchiale, emerge infatti che nei sussurri nel buio di secoli di confessionale, mai nessun peccatore abbia mai compreso nell’elenco dei pesi sulla coscienza di cui volersi liberare, ( tra tradimenti, omicidi, furti di marmellata, fornicazioni e chi più ne ha più ne metta) anche uno sgombero di sgabuzzino svoltosi la domenica delle Palme o in altra festività comandata.

Mai, nemmeno in tempi storici di grande integralismo religioso.

Neppure nelle più infuocate prediche di sacerdoti fra i più rigorosi, si è mai udito che il furore di Dio avrebbe incenerito chi sgombera lo sgabuzzino la domenica.

E, come sappiamo, lo stesso Dante, non ha sentito il bisogno di collocare gli sgombratori festivi di sgabuzzino, in uno qualsiasi dei suoi gironi infernali.

Mentre la teologia ufficiale ha sempre inspiegabilmente ignorato l’arcana contraddizione, la "teoria sistemica sullo sgombero dello sgabuzzino", ha invece fatto passi da gigante nello studio del fenomeno.

Si sa dal Concilio Vaticano II il grande valore sociale, oltre che spirituale, del dettame cristiano indicato nel secondo comandamento. Il giusto riposo dopo la fatica. Il diritto-dovere di ogni uomo, dopo che Adamo con la sua cazzata, ne fece un lavoratore.

Lo sgombero dello sgabuzzino, però, per la sua funzione purificatrice e di liberazione, esula completamente dalla categoria del lavoro ed entra, dalla porta principale delle categorie spirituali alla stregua di quella della redenzione.

Si annuncia, quindi, il quinto assioma della nostra teoria:

    • Lo sgombero dello sgabuzzino ha sempre funzione catartica –

Qui si aprirebbe una interessantissima disanima, che lasciamo però agli psicologi. A noi basta sapere che dopo uno sgombero di sgabuzzino, ci sentiamo benissimo.

Ed infine, ma non per importanza, vogliamo indicare il sesto fondamentale postulato, senza il quale mai nessuno sgombero di sgabuzzino potrebbe definirsi veramente tale, anche se realmente avvenuto:

_ Lo sgombero dello sgabuzzino si svoglie sempre alla presenza e con il sostegno di un testimone più o meno attivo –

Chi intraprende l’impresa in solitudine completa, potremo infatti avvicinarlo a quella prima categoria umana indicata inizialmente nella premessa del nostro piccolo trattato. Sono coloro che, alla pari degli autofustigatori e dei portatori di cilicio, deviano pericolosamente nella patologia delle dinamiche di redenzione.

E tanto ci sarebbe da dire sulla tipologia del testimone, sulla sua funzione spesso ispiratrice, di sprone, di pungolo e di sguardo esterno, meno coinvolto emotivamente durante le scelte più difficili e i dubbi più amletici. Ma siamo certi di avere ormai toccato il fondo della pazienza di qualunque lettore e vi ringraziamo per l’attenzione certi di avervi donato qualche brivido di condivisione.




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31 / 01 / 2004
scrivere è un po´ come cucinare

Avvicinarsi al computer con l'idea di scrivere senza sapere ancora cosa, è come infilarsi in cucina per cucinare, senza sapere ancora nulla. Si apre il frigo, si rimane fermi ad osservare gli oggetti riposti sui vari ripiani con la sconsolante sensazione di avere sbagliato tutto nella vita. Non è possibile ridursi in questo modo, non è possibile possedere un frigo quasi professionale e umiliarlo così.

Primo ripiano in alto: sacchetto di carta bucato con stecchi di rosmarino e salvia rinsecchiti; grattugia di legno di considerevoli dimensioni con cassetto. Vuota.

Secondo ripiano: vasetti contenenti residui di botulino sott'olio; sacchetto di carta unta con pezzetti di dimensioni inutilizzabili di pecorino e ricotta entrambi stagionati e ammuffiti; vasetto contenente nemmeno un dito di pesto alla genovese.

Terzo ripiano: altri vasetti contenenti tracce di ex maionese ormai trasparente, marmellata tempestata di bolle di muffa, 2 fichi sciroppati; un pomodoro spiaccicato e colante; un sacchetto di plastica con pezzi di uovo di pasqua della pasqua di due anni prima; un involto con due metri di corda, marchio in piombo e culino di salame duro come il marmo.

Quarto e ultimo ripiano (le speranze ormai sono quasi svanite): due mezzi limoni; il sacchetto con un bel pezzo di parmigiano (quello non manca mai); gli occhiali di mia madre (ecco dov'erano, dopo le telefono); due anziani e stanchi peperoni.

Cassetto di sinistra: una carota in languida agonia; sedano in parte liquefatto; due cipolle quasi andate; 3 limoni di cui due ammuffiti.

Cassetto di destra: mucillaggine di insalata.

Sportello dall'alto verso il basso: capsule antifilaria per il cane; un uovo privo di documento d'identità e tantomeno d'età; 3 dadi da brodo sudati; un tubo schiacciato di concentrato di pomodoro; bottiglietta di salsa di soia mai aperta, scaduta da mesi e carica di misteriosa pericolosità; vasetto di pepe verde mai gratificato dall'acquisto del filetto; bottiglia dell'acqua vuota (quante volte lo devo dire!); bottiglia di vino a metà; cartone del latte, vuoto (porc...!).

Bene, a questo punto si innesca la sfida e dopo una breve ricapitolata, entra in gioco il genio, il talento che crea dal nulla. Che dico dal nulla, dal degrado, dall'immondo.

Si prendono le due cipolle, le si liberano dalla parte marcita, si sciacquano, si affettano e si soffriggono lentamente in una padella ampia con un po' d'olio.

Mentre in cucina già si espande un profumo rassicurante, si puliscono i due peperoni, si tagliano a fettine sottili e li si adagia nella padella con la cipolla.

A questo punto ci si merita un piccolo brindisi, ci si versa vino fresco in un bel bicchiere, ci si accende una sigaretta e si introducono nel freezer due bottiglie di vino perchè quelle non mancano mai. Si tolgono dal freezer i panini surgelati e si infornano.

Mentre i peperoni cominciano ad ammorbidirsi (faranno presto, erano già piuttosto provati) si può apparecchiare la tavola.

Visto che la cena è rimediata, l'apparecchiatura invece sarà molto accurata: tovaglia di lino, piatti e bicchieri "del servizio buono" se li avete ereditati dalla nonna, posate d'argento se le avete ereditate o rubate e non ancora vendute. Potreste anche, per una volta, mettere generosamente a disposizione dei vostri ospiti veri e propri tovaglioli di stoffa.

Finalmente si potranno anche sfruttare le decine di candele di forme e dimensioni spaventose che tutti si ostinano a regalarvi. Accendete un paio di quelle, spegnete la luce e non si vedranno più la polvere e le ragnatele.

In dispensa si trovano spesso almeno una scatoletta di tonno e un vaso di olive.

Se ne dispone il contenuto di entrambe in eleganti piattini. Attorno al tonno, fettine di limone artisticamente allineate.

Si telefona alla vicina che vi metta in ascensore dell'insalata, si lava (l'insalata) e se ne riempie una bella ciotola.

Telefoniamo alla madre per dirle degli occhiali.

Riapriamo il frigo per decidere se usare il parmigiano o i residui di pecorino. Decidiamo per questi ultimi, ne raschiamo via le parti ammuffite e le grattugiamo definitivamente.

A questo punto mettiamo sul fuoco la pentola con l'acqua per la pasta e ci predisponiamo ad aspettare gli ospiti con un altro po' di vino fresco nel bicchiere e buona musica (fuori dal bicchiere).

Quando questi arrivano con il gelato, abbiamo la conferma che ce la siamo sgavagnata anche questa volta.

Torniamo in cucina, apriamo il vino e mentre gli amici chiaccherano e bevono, veniamo colti da un ultimo sensazionale colpo di genio.

Sorridendo buttiamo la pasta e quando, una volta cotta perfettamente al dente, la mescoliamo nella padella con i peperoni e i formaggi grattugiati, apriamo il frigo...prendiamo il vasetto con quel quantitativo insignificante di pesto alla genovese ...e lo versiamo in cima al capolavoro dopo averlo ammorbidito con un po' dell'acqua di cottura.

Bene, la cena avrà grande successo e intanto ho scritto 'sta roba senza che ne avessi la minima intenzione.

Visto che non se ne può fare a meno.




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31 / 01 / 2004
Le prime volte, ovvero la salsa per i bolliti

LE PRIME VOLTE

Ovvero la salsa per i bolliti, madri, nonne e finte bisnonne

Per varie circostanze, alcune anche dipendenti dalla mia volontà, mi ritrovo qui a casa, da sola. Ed è la sera della vigilia di Natale. Anno di grazia 2003.

Pensandoci, è proprio la prima volta da quando sono nata.

46 vigilie più o meno volontariamente festanti, una dietro l'altra senza mai perderne una e poi, la 47esima...puf!

C'è sempre una prima volta e, devo dire che anche se generalmente mancano di quella professionalità nella ricerca del piacere dovuta all'esperienza, mi piacciono molto le prime volte. Stupiscono solo per il fatto di assumere quel valore e tutto sembra avvolto da un'aurea da primato, di avventura, anche se di fatto non accade nulla di particolare. Come stasera.

Avrei anche potuto cercare una casa piena di gente, luci, e cibo, era facile, ma non l'ho fatto.

Sono qui, ho spento la tv dopo avere scorso brevemente la programmazione che ha spento me, radio con nastrone di ottima musica, sto con molta calma e molta cura (per quanto mi è possibile fare le cose con cura) cucinando un tradizionale pranzo di natale che domani (per motivi troppo lunghi da spiegare) potrebbe anche con buone probabilità non verificarsi e lasciarmi unica commensale. Un buon merlot, l’anziano cane felice e serenamente adorante, tavola disordinata, briciole e prezzemolo sulla tastiera del nuovo portatile, telefono assolutamente muto.

Nessuno se lo immagina che sono qui da sola, proprio nessuno e me ne guardo bene dal fare trapelare la notizia. Qualcuno domani forse si offenderà, o si preoccuperà, pazienza.

Fra un po' farò anche il bucato in lavatrice, sono giorni che m'aspetta e stasera per lui ci sarò.

Ho appena assaggiato la salsa per i bolliti sul fuoco. Divina. La migliore che abbia mai fatto. Ora bestemmio, attenzione...più buona di quella di mia zia e di mia madre.

Di quella mitica della nonna materna ho solo notizie riportate con toni e sguardi da apparizione mistica Forse è come la sua. Mi piace pensarlo.

Forse è proprio lei ad avere guidato la mia mano stasera.

Io e mia nonna non ci siamo mai conosciute e mi dispiace. Di lei so molto poco. Di poverissime origini, era stata adottata ancora bambina, e purtroppo non ufficialmente, da una signora provvista di marito, ma improvvidamente senza figli, della ricca borghesia bottegaia. Proprietari della migliore pasticceria della città.

Parliamo, naturalmente, della fine dell’800 bolognese.

Della sua infanzia non si sa nulla. La immagino io intrisa di tenace educazione domestica e repressione, stile un po’ "vittoriano", tipica dell’epoca e volta a cancellare anche la più piccola memoria in quel DNA di così poveri e grezzi natali.

Il matrimonio viene, come da protocollo, combinato con un impiegato di un noto negozio di strumenti musicali della città. Un uomo mite, molto religioso, amante della natura e della buona musica. Un brav'uomo, pare con più di una vena artistica.

Suonava la fisarmonica e allietava i frequenti ospiti con una bella voce tenorile. Anche i suoi futuri presepi sembra fossero ogni anno sempre più ricchi di particolari e molto ammirati.

Dall'unione pensata a tavolino, nascono due figli (in questi casi ci si chiede sempre come e con che emozioni) e mia madre, la maggiore, viene al più presto avviata al pianoforte. Come una buona signorina di rispettabile e borghese famiglia.

Addirittura, ad un certo punto, viene pure ritirata dal rinomato ginnasio che frequentava e che per lei assumeva l’unica occasione di socialità e piazzata definitivamente in casa, davanti allo strumento.

L’ausilio solerte di un’insegnante privata, le consentiva di superare, privatamente e sempre a pieni voti, tutti gli esami del Conservatorio musicale locale. Compreso quello affrontato di fronte ad Arturo Benedetti Michelangeli in persona.

La mia bisnonna, che non era quindi vera e propria bisnonna, pare si sia sempre fatta chiamare da tutti della sua famiglia-creatura, "Signora". Compresa la figlia adottiva, oppure con nomignoli storpiati dai nipotini di questa stessa interlocuzione , tipo "Sciò".

Il fatto che accettasse di farsi chiamare anche " Sciò", la deposita nella mia fantasia in quella categoria di persone acriticamente e pedissequamente osservanti i crismi della cultura di una famiglia borghese dell’epoca, ma con quel briciolo di stravaganza salvifica che, ad esempio, le aveva permesso d’imporre al marito e a tutta la sua reticente famiglia d’origine, la scelta coraggiosa di adottare a tutti gli effetti (almeno tutti quelli a sua conoscenza) una bambina.

Purtroppo il seguito della storia fa presumere che "Sciò", pur essendo apparentemente tanto desiderosa di donare il proprio amore ad altri, ne fosse più che altro affamata lei e non fosse quindi molto esperta nei rapporti affettivi tra madri e figli. Ma non corriamo.

Viveva con loro, anche dopo il matrimonio della figlia adottiva. Anzi, erano loro a vivere con lei e da lei. E pure del marito e del rapporto esistente fra loro, non si sa praticamente nulla, tranne che ad un certo punto questi decide di lasciare precocemente questo mondo, lasciarla vedova e consentirle di indossare quegli abiti di toulle, perline e pizzo nero con cui l’ho conosciuta nelle immagini ufficiali in "giallo e marron" dell’album di famiglia.

Grande casa al piano nobile di un bel palazzo nel pieno centro storico, piena di sale e camere con mobili austeri tutti rigorosamente ricoperti da miriadi di preziose tele finemente ricamate di tutte le forme e dimensioni, come anche le tende, gli arazzi, i copriletto, le lenzuola, gli asciugamani, gli strofinacci per la cucina, le tovaglie, i tovaglioli, i centro tavola, i grembiuli, i fazzoletti, le camicie da notte, i pagliaccetti, i bavaglini, i ciripà per i bambini e le pezze per il ciclo mestruale.

Mia nonna era di fatto una ricamatrice compulsiva.

E quando non ricamava, cucinava.

Entrambe le sue due uniche attività, pare però le svolgesse con ottimi risultati. Sia dal punto di vista qualitativo, ma anche quantitativo.

Oltre alla casa, agli armadi ed alle cassapanche, ricolmi di biancheria riccamente e finemente ricamata, in quella casa vi erano infatti svariate occasioni di inviti a pranzi e cene. E lei, aiutata da ragazzine provenienti dalla campagna che venivano a loro volta cresciute in famiglia, ma per carità, tenendo ben distinti ruoli e classi sociali, imbandiva tavoli, naturalmente ricamatissimi, con ogni ben di dio della tradizione gastronomica bolognese che, notoriamente, non s'è mai fatta mancare nulla.

A tali eventi pare fossero invitate più o meno sempre le stesse persone, coniugi e singols, parenti e conoscenti di similare estrazione sociale. Le coppie presenti poi ricambiavano con altri pranzi e cene dove ogni padrona di casa ingaggiava la sfida della tovaglia più ricamata e inamidata e naturalmente delle tradizionali preparazioni culinarie.

Spesso capitava che contando gli ipotetici invitati, si arrivasse a tredici.

L'ancora di salvezza in questi casi, era sempre l'insegnante di pianoforte di mia madre. Che chissà se si è mai chiesta come mai alle sontuose tavolate a cui era invitata in quella casa, sedevano negli anni sempre e comunque quattordici persone.

Io credo di sì, ma ai quei tempi le signorine stagionate insegnanti private di pianoforte, avevano poche occasioni sia per degustare cibi opulenti e sia di socialità e quindi, probabilmente e filosoficamente, soprassedeva.

A capotavola, nelle grandi occasioni, pare ci fosse sempre un importante e corpulento, monsignore. Ottima forchetta, grande faccia tosta ufficialmente riconosciuta e autorizzata dalla sua posizione sociale e altrettanta autorità nel campo della critica gastronomica.

Quando il monsignore, dopo la prima cucchiaiata di tortellini in brodo, appoggiava lentamente il cucchiaio nel piatto, piegava la grande testa leggermente indietro e chiudendo gli occhi, testava scientificamente la preparazione, tutta l’intera tavolata tratteneva il fiato.

E quando, dopo una lunga pausa di grande effetto, solennemente proferiva il responso, la formula di rito della vittoria: "Questi sì, che sono tortellini!", mia nonna levitava silenziosamente a dieci centimetri dalla sedia e tra tutte le altre donne presenti, serpeggiava un moto di delusione e invidia e rumoreggiar imbarazzato di posate d’argento e sinistri scricchiolii di scranne.

Mi piace pensare che l’unica donna felicemente disinteressata al confronto, fosse proprio l’insegnante di pianoforte che, una volta tanto, godeva di uno dei privilegi della propria solitudine.

Poi le serate seguivano allietate da qualche sonata al pianoforte di mia madre, ragazzina prodigio, della sua insegnante, della fisarmonica e della chiara voce di mio nonno.

Mi sembra di vederle tutte quelle signore di nero e merletti vestite, a sventolarsi con i ventagli cinesi sulle poltroncine rivestite di preziosissimi ricami e gli uomini con i panciotti e gli occhialini sul naso che non vedono l'ora di tornare a fumarsi il sigaro e a bere rosolio o nocino rigorosamente preparati in casa, nel fumoir.

A Natale, poi giocavano a carte e pare che al monsignore, abituato al suo autorevole ruolo di potere in diversi campi, non piacesse perdere.

Barava senza ritegno, infantilmente, tutti lo sapevano, ma nessuno pare abbia mai avuto il coraggio di ribellarsi, smascherarlo e farlo smettere. Era molto temuto.

Comunque tutta questa vita, felice o infelice che fosse, è durata fino alla morte della "signora" quando i suoi eredi, quelli anagraficamente "di diritto" e senza pare alcuno scrupolo, hanno preso tutto quello che c'era da prendere, lasciando mia nonna, il marito e i due figli, piuttosto nei guai.

Più che nei guai, diciamo molto amareggiati e spaesati. Mio nonno infatti un lavoro l'aveva ed allora, con un impiego, si poteva mantenere decorosamente un'intera famiglia.

Dovettero cambiare casa, una molto più piccola. Mio nonno la volle a tutti i costi con il giardino perché, nell'altra, il giardino non c'era.

I bisnipoti dei mughetti piantati da mio nonno, si possono ancora ammirare in quel minuscolo giardino racchiuso tra mura.

Mia madre racconta che mia nonna da allora cominciò a lasciarsi morire. Dice che era talmente legata alla madre adottiva, da preferire di morire con lei, piuttosto che tentare di essere felice con il marito ed i suoi due figli.

Diventò sempre più gialla e morì quando mia madre aveva diciassette anni. E lei, che non aveva mai nemmeno cucinato un uovo al tegamino, per carità non doveva rovinarsi le mani da pianista, dovette improvvisarsi in brevissimo tempo donna di casa con due uomini da accudire. Padre e fratello minore.

Mi sarebbe tanto piaciuto conoscere anche mio nonno, un animo nobile, ma purtroppo è morto pochi giorni dopo la mia nascita.

Ecco, tutto quello che so di mia nonna grande ricamatrice e cuoca.

Ma guarda un po' dalla salsa per i bolliti, cos'è saltato fuori.

Scusatemi, ho fatto serata anch’io.

E buon natale a tutti

ai belli, ai brutti,

ai magri, ai grassi,

agli alti e ai bassi,

ai biondi, ai mori,

pure ai rossi

e a chi salta al volo i fossi.

 




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