*[Crea il tuo mensario]
[Visita il sito MenSA]*

BLOG-NOTES

Autore: alberto


In questo taccuino e' possibile trovare non soltanto cio' che esce dalla mia penna ma anche articoli, racconti, aforismi, poesie, diari, esperienze d'altri, che ho ritenuto meritevoli di essere raccolte. Se vorrete scrivermi in merito a qualcosa che avete letto qui o, piu' semplicemente, per comunicare con me, fatelo pure senza timore alcuno ed io vi rispondero'. Alberto


 
D L M M G V S
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31
< Gennaio 2009 >


Feed RSS
Categoria:
 
30 / 01 / 2004
TRATTORIA ICCHE´ C´E´ C´E´

TRATTORIA ICCHE' C'E' C'E'   

 


Fanano, appennino modenese.Una modesta insegna dice TRATTORIA ICCHE' C'E' C'E.
La seguo. Imboccata una stradina in salita a pochi passi dalle due piazze principali, sulla sinistra, in angolo con uno stretto vicolo, ecco la trattoria. "Cucina e Fantasia", promette una scritta, ma la facciata anonima mi crea perplessita'. Ho qualche dubbio.
"Dai, entriamo, vedi che dentro e' carino?"- incita Anna- Una signora bionda si fa sulla porta e il sorriso fresco e affatto di maniera scioglie ogni indugio.
L' interno e' tutta una sinfonia di azzurri e legno al naturale, proprio il contrario dell' esterno. Calda, accogliente e di buon gusto la saletta quadrata. Sui pochi tavoli, un allegro tovagliame nei toni del blu-azzurro fa risaltare i piatti e la posateria in tinta. Belli i tovaglioli e ampi, di un lino fine orlato a mano. Alle pareti bottiglie e oggetti e, sempre, lampi di colore in gradazione. Candide le tende, come l' abito della padrona di casa, Lorella Galli, che pare in camicia da notte, con trine e ardite trasparenze.
Il menu' e' scritto a mano perche'- spiega la nostra ospite - cambia ogni giorno, a seconda dell' estro suo e della socia che traffica in cucina (con frequenti sortite in sala a un tavolo di amici), e della disponibilita' locale.
Cosi', tra un piatto e l' altro, scopriamo che hanno aperto da poco, meno di quindici giorni, decisissime a cambiar vita. La loro, infatti e' un' avventura iniziata da appena due mesi, quando avevano trovato questo locale, che prima era un' osteria.
Entrambe forestiere, Lorella e' di Modena citta', entrambe nuove ai tavoli e ai fornelli di una ristorazione di mestiere, ma entrambe, aggiungo io, capaci di intrattenere gli ospiti con ottime pietanze e con un' accoglienza a un tempo fresca e naturale, elegante e sofisticata quel tanto che basta.
La cucina di Ilaria Colzi sa sfornare eccellenti primi, tra cui tagliolini alla polpa di granchio o ai gamberetti, maccheroncini conditi con un saporito sugo di pomodoro e aromi vari. Ottima la carne, tenerissima la fiorentina, gustosi e freschi i contorni.
La cucina e' toscana interpretata con fantasia, come dice l' insegna, ma su prenotazione sono in grado di preparare pranzi a tutto pesce.
Noi abbiamo speso sulle quarantamila, Chianti incluso.
Ditemi, ho saputo stuzzicare la vostra curiosita'?
Siii'? Allora telefonate a Ilaria e Lorella e andate a conooscere loro e la loro cucina. Cosi' darete anche una mano a lanciare un locale che a mio parere merita. Quelle due hanno dimostrato del coraggio, facendo certe scelte, e il coraggio dovrebbe essere premiato, qualche volta.
Trattoria "Icche' c'e' c'e' ", via Sabbatini 25 a Fanano, telefono 0536.66042.
Ah,dimenticavo, il locale non ha giorni di riposo.

 

 




Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=263
15 / 01 / 2004
PEDALANDO

Anni sessanta. Il traffico di citta' consente di muoversi in bici molto piu' liberamente di quanto non capiti 40 anni piu' tardi e con meno rischi.
Sto dalle parti di via Andrea Costa, zona di viali alberati che ben si prestano alle corse in bici. Un asfalto duro e malevolo fa si' che ginocchia e gomiti f siano spesso visitati da croste e abrasioni ma scivolare liberi sotto gli ippocastani col vento nei capelli vale pure qualche piccolo fastidio.
Il nostro gruppo e' formato da un nucleo compatto, alla boia chi molla, e da una diecina di "par-time", condizionati da regole familiari troppo rigide o da una passione meno infuocata. Cinque irriducibili fegatosi sempre pronti a partire per nuove avventure. Ci si trova quasi ogni pomeriggio, terminati i compiti (a volte anche prima), di solito nel garage-cantina di Brizzi. Se c'e' maltempo, trascorriamo le ore a studiare nuove destinazioni ma da quando all' America Stracci, un emporio di vestiti usati, abbiamo scoperto degli enormi poncho militari muniti di cappuccio, neppure la pioggia ci spaventa piu'.
Come gatti che si allargano sul territorio in cerchi sempre piu' ampi, organizziamo spedizioni ogni volta piu' impegnative, talora anche di nascosto dalle famiglie che altrimenti frustrerebbero il nostro spirito d' avventura.

Con la primavera arrivano giornate piu' lunghe, un sole caldo e soprattutto le vacanze pasquali. Scatta l' operazione Pistoia. E' tempo, finalmente. Ne stiamo parlando da settimane e l' eccitazione e' palpabile. I mezzi tecnologici (le biciclette) a punto, il bagaglio pure, kit per riparare le gomme dalle forature allora molto piu' frequenti di oggi, cappellino, occhiali, sacco a pelo...tutto, insomma, compreso il poncho, capace di proteggere oltre a noi anche lo zainetto.
E' l' alba di una giornata limpida e serena. All' appuntamento siamo in dieci, eccitati e soddisfatti. Il traffico e' quasi inesistente. Intravvedo il dottor Bartolini col vecchio lupo al guinzaglio, sorpassiamo il tricicolo a pedali di uno spazzino. Poco oltre, un camioncino scarica una pila di cassette davanti alla latteria ancora chiusa. Se lo facesse ora, al momento dell' apertura non troverebbero neppure gli imballi...

In breve usciamo dalla citta' procedendo per la via Porrettana, che attraversa un certo numero di paesi e borgate e conduce in Toscana. Per almeno dieci chilometri il percorso e' semi-pianeggiante e formiamo una fila indiana regolare e compatta, ma quando la salita s' aggrappa ai polpacci e arroventa i polmoni, il nostro avanzare prende il caratteristico andamento a zig zag di quando la fatica si fa sentire, anche perche' non possediamo gli ottocentocinquanta rapporti delle moderne mountain bike.
A salite che mettono alla prova sia i polpacci che i polmoni, si alternano discese altrettanto decise dove spesso e' in agguato il brecciolino che puo' significare grattugiarsi gomiti e ginocchia.
Non e' troppo caldo, nonostante la ginnastica che facciamo. Ha anche iniziato a piovigginare, ma noi siamo persone decise, uomini duri...o no? Una breve sosta e indossiamo il famoso poncho che, una volta ripartiti, ci trasforma in una via di mezzo tra aquiloni su ruote e ombrelloni da mare di un reparto di fanteria ciclo-montata. Impaccia un poco e non e' simpatico che il cappuccio scivoli ogni pochi attimi dalla fronte sugli occhi, pero' stiamo asciutti, quasi, e con noi gli zaini.
Da un lato la collina si arrampica. Sono campi coltivati o pascoli, a volte radi boschetti. Dall' altro si intravvede il grigio di un torrente che scorre la in basso. Qualche edificio, il rosso di una casa cantoniera, una coppia di contadini si blocca ai margini di un' aia e a bocca spalancata ci guarda passare. Mi chiedo cosa ci sia di strano in noi, per fissarci a quel modo. Forse e' lo sguardo che riservano a ogni forestiero...
Di solito le cose quando succedono succedono in fretta e cosi' e' per me.
Curva a destra, in discesa. Rasento il ciglio, attento alla strada e a Grimaldi che mi precede di pochi metri.
Uno schiocco strano, credo alla ruota posteriore. Non faccio in tempo a pensare che gia' mi trovo a volare. Il bordo erboso sparisce sotto di me, vedo il pendio scendere ripido, sento gli occhi spalancarsi fino all' attaccatura dei capelli e qualcosa contrarsi all' altezza del ...sellino, poi sbatto contro un muro verde abbastanza morbido. Sulle gambe e contro il petto una sensazione di bruciore. Ondeggio ancora un poco, poi e' silenzio, salvo il mio fiatone e dopo un attimo un grido. Qualcuno chiama il mio nome, rumori si trascinano giu' verso di me impigliato ai rami che sono sopra e sotto e di fianco. Non riesco a muovermi e capisco come si senta una farfalla puntata al foglio con gli spilli.

Nel naso l' odore intenso di alloro, quello che mi ha accolto al termine del volo.
Pochi i danni, soprattutto a livello di orgoglio. Un buchetto nei pantaloni, qualche graffio e due raggi storti, laddove si e' infilato un lembo del poncho, che invece esce indenne dall' avventura. Mi e' andata bene, molto bene: appena oltre il cespuglio, la scarpata scende quasi verticale fino al torrente, almeno cinquanta metri piu' in basso.

Il lauro nostrano era chiamato anche "alloro romano" per essere tanto diffuso sui colli di Roma. Il nome latino "laurus" deriva dal celtico e significa verde, mentre e' detto "nobilis" per aver incoronato eroi, poeti e imperatori.
Il lauro e le sue bacche non sono pero' utili soltanto per farne corone, ma se ne possono ottenere efficaci decotti e infusi.
I frutti e' consigliabile raccoglierli a maturazione completa in ottobre-novembre mentre le foglie di colgono tutto l' anno ma le migliori sono quelle di luglio/agosto. Mettetene qualcuna tritata in infusione in mezzo litro d' acqua bollente. Bevetene una tazza e otterrete un' abbondante sudorazione, in grado, spesso, di bloccare un raffreddore o un' influenza che sta per scoppiare.
Se invece l' assumerete tiepida dopo una pasto abbondante, avra' un' effetto stomatico, favorira' cioe' la digestione, e carminativo, ovvero ridurra' certi sgradevoli gonfiori.
200/500 gr di foglie nell' acqua calda rende il bagno aromatico, deodorante e stimolante.
Con le bacche, o drupe, schiacciate e messe a macerare per dieci giorni in olio d' oliva, e' possibile ottenere l' "olio laurinato", ottimo unguento per dolori muscolari e reumatici.
Se poi siete in grado di spremerle al torchio, potrete ottenerne un' ottima crema per pelli secche e disidratate.
Le proporzioni sono: gr. 50 di olio di lauro, gr. 50 glicerina, gr. 50 cera d' api, 5 gocce di trementina, 5 gocce di olio di bergamotto.
A titolo di curiosita', in epoca molto antica, oltre due secoli fa, al posto di glicerina e cera d' api si era soliti adoperare grasso di montone e di maiale, entrambi fusi.

 




Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=252
15 / 01 / 2004
QUANDO LA VITA IMPAZZA E LA MORTE SOFFIA...

Com’e’ paradossale, bello e terribile, questo nostro mondo.
Fuori dalla finestra la Vita impazza. La vedo nel frullare di due tortore che amoreggiano sui fili della luce, la sento nel ronzio incessante delle api, me la confermano alberi e cespugli che obbedendo a chissa’ quale calendario si coprono di bottoni rossi e di infinite foglie nuove.
Impazza la Vita, si’, ma al suo fianco soffia la Morte. Ad ogni incrocio, nella stupida superficialita’ di tanta gente frettolosa, negli ospedali sigillati di Pechino, nei tanti Paesi dove la guerra infuria, nella polvere bianca dei villaggi africani, negli occhi liquidi di milioni di bambini.
Morte, sola certezza di una Vita che afferriamo stretta e che vogliamo vivere pienamente, cercandone ogni giorno le ragioni, magari nel sorriso di chi… forse forse potrebbe essere il futuro, la felicita’ o semplicemente condivisione, sostegno, dialogo, compagnia…
Gia’, e’ strano, guardo dalla finestra e…vedo tutto questo e un sacco di altre cose.
Vedo che sull’alto del pioppo due gazze bianconere hanno nidificato. Un mese fa, quando i rami erano spogli potevo seguire il progredire del lungo cono di rametti ma oggi il fogliame mi lascia solo intravedere il frenetico andirivieni della coppia.
Vedo Mora, cucciola Corsa distesa tra le margherite e Osvaldo, anziano cane Corso, caracollare stanco poco lontano. E’ molto malato, Osvaldo, e vicino alla fine della sua vita, mentre Mora alla vita s’ affaccia ora, e penso che, cosi’, un cerchio si chiude e un altro si apre.
Penso …penso che sia nello stato naturale delle cose che questo avvenga, anche se molte volte non sta in noi comprenderne le ragioni.
Penso che si debba in ogni caso essere grati, molto grati per tutto quello che abbiamo e accettare serenamente cio’ che sara’.
Infine penso che sia ora di mettere mano ai tegami, lasciare che gli sbuffi del vapore allontanino i pensieri mortiferi e immergersi nell’ aroma dolce delle vongole veraci, che sanno di mare e mi ricordano il piccolo ponte di un peschereccio.

Sul grosso tagliere di quercia lo spicchio d’aglio sembra una virgola tridimensionale tra il ciuffo di prezzemolo e un arancio marezzato di rosso…

LINGUINE E VONGOLE, AL PROFUMO D’ AGRUMI,

Linguine ci vogliono, naturalmente. Magari De Cecco e magari mezzo chilo… mi sa che oggi la fame non manchi!
Scolo le vongole, appena scottate e ne conservo l’acqua dai riflessi perlacei. Le sguscio, TUTTE, perche’ a che servono pezzetti di calcare in un piatto di pasta?
Nella padella, olio di oliva e aglio tritato fondono in un abbraccio odoroso. Aggiungo acqua di cottura, copro e lascio sobbollire un quarto d’ ora assieme a tutto lo strato rosso della buccia dell’ arancia, (ma poteva appartenere a un limone o a un mandarino o anche a un cedro, e’ lo stesso) ridotta a striscioline finissime.
Quand’ e’ il momento, unisco le vongole,la pasta, sgranata e ben al dente, assieme a olio, prezzemolo tritato, pepe bianco macinato di fresco, quindi mescolo, mescolo, mescolo...
Sono profumi che s’ amalgamano volentieri e, senza farsi pregare, invitano alla tavola e cercano un bianco secco e profumato come il Vermentino di Gallura Piras. 


 



Questo intervento ha 2 messaggi di commento associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=253
15 / 01 / 2004
DON POMODORO

Tre secoli fa  la parola “transgenico” neppure esisteva ne’ ci si domandava se un cibo potesse essere dannoso  o meno alla salute, salvo, forse, persone di particolare cultura.

 Un antico testo del 1705, “Il panunto toscano”, consigliava, tra le tante ricette, l’ uso del pomodoro nella minestra di melanzane. Ne e’ autore tal Padre Gaudentio, frate gastronomo di  origine toscana. Egli indica anche in che modo cuore a parte “li pomi d’ oro”, come venivano allora chiamati.

 

“Questi frutti –  insegna il Francescano -  sono quasi simili alle mele, si coltivano nei giardini  e si cuociono nel modo seguente. Piglia li detti pomi, tagliali a pezzetti,mettili in tegame con olio, sale, aglio trito e mentuccia di campagna. Li farai soffriggere col rivoltarli spesso e se ci vorrai aggiungere poi un poco di cocuzze  lunghe, ci faranno bene”.

 La semplice ricetta di Padre Gaudentio e’ il primo documento scritto  arrivato a noi  sull’ uso del pomodoro nel nostro Paese. Dovranno, pero’, trascorrere ancora molti anni prima che questo ortaggio divenga cosi’ popolare da stravolgere  e a volte uniformare la cucina italiana, causa alcuni eccessi registrati nel ricettario del nostro Paese.

Oggi, Don Pomodoro, come venne da qualcuno ribattezzato l’ onnipresente ortaggio, e’ oggi consumato in ognimodo possibile e immaginabile, crudo in insalata o in coppia con mozzarella a comporre la popolare insalata caprese. Sottoposto  a cottura assume mille volti, gratinato al forno con aggiunta di un ripieno di  mollica di pane rinvenuta nel latte e prezzemolo o  scavato a mo’ di bicchiere, per contenere riso speziato in vari modi. Soprattutto, pero’, esso e’ usato in forma di salsa. Il sugo di pomodoro e’ l’ autentica rivoluzione della moderna cucina italiana e senza dubbio la “pommarola”, come viene chiamata a Napoli, ha conferito nobilta’ alll’ umile piatto di pasta che fino al 1839 veniva condita in bianco. A quell’anno risale infatti la prima ricetta dei “vermicelli co’ a pummarola’n coppa”, inventata dal partenopeo Ippolito Cavalcante, duca di Buonvicino.

Ovviamente e’ stata Napoli a  creare un vero  e proprio monumento al pomodoro, vale a dire “o rragu’ “, protagonista  di canzoni, di poesie e anche di opere teatrali. Una per tutte la celeberrima “Sabato, domenica e lunedi’” del grandissimo Eduardo.  Oggi impera ovunque, il pomodoro, su pizze e pastasciutta, intingoli e bruschette. E pensare che fino al Settecento il pomodoro fu ritenuto velenoso; infatti, dopo la scoperta dell’ America, gli Spagnoli introdussero in Europa il “tomatl”, come lo chiamavano gli Aztechi, ma a lungo fu utilizzato soltanto come pianta ornamentale.

Nel 17° secolo gli Irlandesi,temerari, lo assaggiarono, attribuendogli nientemeno che proprieta’ afrodisiache, tanto che in Francia fu chiamato “pomme d’ amour”, da cui forse deriva il  nome attuale.

Bisogna pero’ attendere l’ inizio del 18° secolo perche’ l’ uso del pomodoro inizi a diffondersi davvero sulle tavole, per merito delle popolazioni del nord America, mentre in Italia ancora alla fine dell’ ottocento esso era relegato alle regioni del meridione, che ancora ne detengono il primato, grazie anche a un clima piu’ favorevole. Anche se oggi le coltivazioni di pomodoro sono presenti anche in Liguria, Toscana ed Emilia-Romagna, le assolate terre del sud restano le piu’ indicate.     Durante la  Pasqua di tre anni fa, il bellissimo Salento pugliese sembrava gia’ alle soglie della stagione estiva. Sceso dall’ auto per comperare il necessario per un veloce pasto campale, un’ anziana signora, vedendomi ad ammirare il suo lussureggiante orto, volle farmi omaggio di una quantita’ di splendidi pomidoro, con  la naturale cordialita’ che avrei piu’volte ritrovato in quella  regione. Non paga di tanta gentilezza, tento’ perfino di invitare me  e la mia famiglia in casa sua per un bicchier d’acqua o un caffe’.

“In fin dei conti – disse con un sorriso  a tutto viso – ci stavano ospitando nella loro Terra  e l’ ospitalita’ e’ un sacro dovere oltre che un piacere”.

Poco dopo, all’ ombra di ulivi possenti come immagini dantesche, gustammo  a grugno, cioe’  a morsi, i migliori pomidoro della nostra vita.




Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=247
15 / 01 / 2004
GLI OCCHI DELL’ ANIMA

Due uomini, entrambi gravemente ammalati, occupavano la stessa stanza d'ospedale.
Uno dei due doveva sedersi sul letto un'ora al giorno durante il pomeriggio per fare degli esercizi che lo aiutassero a respirare meglio. II suo letto si trovava di fianco all'unica finestra nella stanza.
L'altro uomo era costretto a passare supino le sue giornate.
I due compagni di sventura si parlavano per ore. Parlavano delle loro mogli e delle loro famiglie, descrivendo le loro cose, il loro lavoro, la loro esperienza al servizio militare ed i luoghi dov'erano stati in vacanza.
Ed ogni pomeriggio, allorché l'uomo nel letto vicino alla finestra si poteva sedere, questi passava il tempo a descrivere al suo compagno di stanza tutto quello che vedeva fuori.
L'uomo nell'altro letto cominciò a vivere nient'altro che per questi periodi di un'ora durante i quali il suo mondo si apriva ed arricchiva di tutte le attività e colori del mondo esterno. Dalla camera, la vista dava su di un parco con un bel lago. Le anatre ed i cigni giocavano nell'acque, mentre i bambini facevano navigare i loro modelli di battelli in scala. Gli innamorati camminavano a braccetto in mezzo a fiori dai colori dell'arcobaleno. Degli alberi secolari decoravano il paesaggio e si poteva intravedere in lontananza la città profilarsi. Mentre l'uomo alla finestra descriveva tutti questi dettagli, l'altro chiudeva gli occhi e si immaginava le scene pittoresche.
Durante un bel pomeriggio, l'uomo alla finestra descrisse una parata che passava li davanti. Sebbene l'altro uomo non avesse potuto udire l'orchestra, riuscì a vederla con gli occhi della propria immaginazione, talmente il suo compagno la descrisse nei minimi dettagli.
I giorni e le settimane passarono.
Una mattina, all'ora del bagno, l'infermiera trovò il corpo esanime dell'uomo vicino alla finestra, morto nel sonno.
Rattristita, chiamò gli addetti della camera mortuaria perché venissero a ritirare il corpo. Non appena sentì che il momento fosse appropriato, l'altro uomo chiese se poteva essere spostato in prossimità della finestra. L'infermiera, felice di potergli accordare questo piccolo favore, si assicurò del suo confort e lo lasciò solo. Lentamente, sofferente, l'uomo si sollevò un poco, appoggiandosi su di un sostegno, per gettare un primo colpo d'occhio sull'esterno. Finalmente, avrebbe avuto la gioia di vedere lui stesso quanto il suo amico gli aveva descritto.

Si allungò per girarsi lentamente verso la finestra vicina al letto... e tutto ciò che vide fu un muro! L'uomo domandò all'infermiera perché il suo compagno di stanza deceduto gli avesse dipinto tutta un'altra realtà.
L'infermiera rispose che quell'uomo era cieco, e che non poteva nemmeno vedere il muro.
"Forse ha solamente voluto incoraggiarvi", commentò.

EPILOGO

Vi è una felicità straordinaria nel rendere felici gli altri, a discapito delle nostre proprie sofferenze.
La pena condivisa riduce a metà il dolore, ma la felicità, una volta condivisa, si ritrova raddoppiata.
Se volete sentirvi ricchi, non avete che da contare, tra tutta le cose che possedete, quelle che il denaro NON può comperare !!!




Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=248
15 / 01 / 2004
LA PATATA

Pianta erbacea della famiglia delle solanacee di probabile origine andina, era coltivata dagli indios peruviani più di 5.000 anni fa. Sulle Ande le patate essiccate o chuno erano un alimento capace di conservarsi per molti mesi e costituivano la principale fonte di sostentamento di quelle popolazioni.
Appartengono a questa famiglia altre piante assai benefiche per l'uomo: il pomodoro, i peperoni e la melanzana, fra gli ortaggi. Fra le piante medicinali sono la belladonna, lo stramonio e il giusquiamo. Anche il tabacco fa parte della stessa famiglia, anche se, a differenza di altri suoi parenti, non raccoglie la mia simpatia.
In questa sede non intendo trattare degli usi gastronomici di questo popolare alimento; vorrei invece esplorarne aspetti meno noti ma ugualmente interessanti e curiosi.

La prima descrizione da parte di un europeo ci viene da Pedro Cieza de León, famoso cronista del XVI secolo; non passò molto tempo che le patate ("papa" in chechua, la lingua degli Inca) sbarcarono in Europa; qui però vennero per almeno due secoli considerate delle curiosità botaniche e, tranne poche eccezioni, coltivate con poco entusiasmo dai contadini europei, sia per il fatto di diventare pericolose se mal conservate, a causa della solanina, un alcaloide e, come tale, velenoso, sia perche’ altre solanacee come la Belladonna, l'Erba Morella ecc. erano utilizzate anche come stimolanti, eccitanti e altro ancora e perciò in odore di stregoneria.

Secondo Rudolf Steiner, fondatore della “scienza dello spirito”, i veleni sono una inibizione alla vita, e come tali estranei al mondo vegetale-vivente. Nelle solanacee, continua Steiner, compare un influsso appartenente alla sfera animale-astrale. Nel caso della patata, l'influsso dipende dal fatto che i suoi tuberi crescono sottoterra, al buio. Allo stesso tempo, però, sono tuberi di fusto. Il fusto è una parte della pianta che di norma cresce verso l'alto, alla luce. Questa contraddizione fa della patata un ortaggio ambivalente. E' un vegetale assai attivo e vitale ma nella sua vitalità, mostra una mancanza di forma e di ordine, che puo’ influenzare, nel tempo, anche la vita dell’uomo. L'influsso animale-astrale agisce stimolando la parte vitale-vegetativa dell'uomo (eccessiva presenza di vitamina C e di amido), ma con l’andar del tempo provoca una certa dipendenza, che affatica il sistema neuro- sensoriale.

Nel "Trattato di fitoterapia" di Rudolf Weiss sono riportate le proprietà curative della patata. In particolare il suo succo crudo è un efficace contro i disturbi legati all'ulcera ma non favorisce la cicatrizzazione dell'ulcera, limitandosi a migliorare i disturbi colici.
Il principio attivo è l'atropina, che ha azione antispasmodica, ma di cui non si deve abusare. La cura a base di succo di patata e’ consigliabile che sia fatta solo sotto controllo del medico fitoterapeuta. La polpa della patata può essere utilizzata per impacchi esterni sulla pelle, per lenire arrossamenti, geloni e scottature. Si può preparare il succo di patata con l'aggiunta di olio extravergine di oliva allo scopo di ottenere una lozione per pelli secche e screpolate.

In ogni caso occorreva molta abilita’ nel coltivarla e nel cucinarla, essendo una pianta diversa da quelle del vecchio mondo: infatti se raccolta prematuramente sprigiona solanina, che come abbiamo già detto è velenosa, e se non viene cotta a dovere e spellata è indigesta.
Non esistendo tuberi simili originari del vecchio mondo i contadini dovettero riaddomesticare culturalmente la patata e non fu un'impresa da poco.

Anche il fatto che con la patata non si potesse fare il pane la rendeva poco appetibile agli occhi dei contadini. L'uomo mediterraneo dell’età moderna infatti considerava la triade pane, vino e olio base fondamentale nella propria alimentazione e quando il pane scarseggiava cercava di panificare con tutto quel che aveva a disposizione: la stessa polenta nacque cercando di ottenere pane dalla farina di mais. In Liguria, invece, si tentò di panificare con i ceci (ed ecco la farinata) in Sardegna con le ghiande (il pane di ghiande è attestato da diverse fonti fin nell'800) dopo averle ridotte in farina che veniva poi passata in acqua corrente per alcune ore al fine di liberarla del tannino che la rende amara e immangiabile.

In Francia la patata si diffuse solo nella seconda metà del '700 grazie alla passione di Antoine Auguste Parmentier, un soldato francese, viaggiatore nonchè buongustaio.
Non fu pero’ facile, perché le prime varieta’ avevano un sapore acre. Parmentier suggeri’ nuovi metodi di semina e moltiplicò le specie incrociandole fino ad ottenere le qualita’ idonee agli usi di cucina. La popolazione rimaneva pero’ ancora molto diffidente. Parmentier, allora, chiese e ottenne la collaborazione del re, Luigi XVII, per attuare nuovi stratagemmi che facessero accettare la patata dalla popolazione. Tra l'altro, fece seminare campi di patate alla periferia di Parigi (oggi i quartieri della Porte Maillot e di Grenelle) e facendoli sorvegliare durante il giorno da guardia armate, per stimolare il popolo a saccheggiarli di notte”.

Nel nostro Paese la patata fu introdotta dai Carmelitani scalzi ma ebbe scarsa diffusione fin quasi alla fine del '700, quando si inizio’ a coltivarla su larga scala in varie regioni. Tuttavia ancora all'inizio dell'800 in Italia la patata veniva considerata in certe zone cibo per poveri e per questo snobbata dalla borghesia.

Nel 1846 in Irlanda gran parte delle coltivazioni di patate fu distrutta dalla Phytosphora Infestans, la ruggine delle patate. Gli Irlandesi, che da oltre un secolo avevano fatto della patata il loro cibo principale, migrarono in massa verso gli Stati Uniti. Ecco allora che le vicissitudini di un ortaggio hanno potuto determinato una svolta fondamentale nella storia della piu’ potente delle nazioni; la comunita’ irlandese, industriosa e caparbia, rappresento' e rappresenta tuttora uno dei capisaldi del Paese, alimentando, per esempio, da generazioni, le fila dei corpi di polizia e delle forze armate oltre a ricoprire un ruolo importante in ogni branchia e ad ogni livello della pubblica amministrazione.
A ben pensarci da questo prezioso tubero forse è dipesa un poco perfino la storia dei Kennedy che erano una ricca famiglia contadina del sud dell'Irlanda; probabile che mai sarebbero emigrati se non ci fosse stata questa carestia.

In altre occasioni invece la patata salvò intere generazioni, come nelle guerre fratricide che sconvolsero l'Europa dal 1600 in poi: le soldataglie napoleoniche ad esempio spesso davano fuoco ai campi di grano per affamare i popoli da conquistare. I contadini allora sostituirono il grano con le patate che non solo non potevano essere bruciate ma soprattutto potevano essere conservate per anni nelle cantine.

L'Artusi, principe della gastronomia, non doveva avere un gran concetto della patata, perche’ sosteneva che essa si presta ad essere cucinata in tante maniere ma ha lo stesso difetto del riso: di essere cioè un alimento che ingrassa e gonfia lo stomaco, ma che nutre pochissimo.
In realtà la patata contiene proteine, vitamine B e C, potassio e amido ma possiede un terzo dei carboidraiti della pasta, il che la fa entrare a buon titolo in ogni moderna dieta. Oltre a questo, l'inventiva dei popoli del nord Europa, scandinavi in primis, ne ha saputo ricavare acquavite e diversi tipi di ottima vodka.





Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=249
15 / 01 / 2004
OSTERIA NONNO POLDO

La casa rosa sembra sorta dall' alta scarpata come la vegetazione che le sta intorno. Sceso dall' auto, mi sento avvolto da un buio umidiccio e denso. Alzo gli occhi verso la luce che piove a pioggia dalle grandi finestre del piano terra. Per un istante ho come la sensazione che la facciata mi sorrida e dica vieni, dai, vieni su!
Saliamo per ripidi gradini di pietra, segnati da muschi e odorosi d' erba cedrina e salvia. Mi domando se sara' una fregatura o se invece la scelta casuale ci portera' fortuna, ma finora le sensazioni sono buone. L' interno e' simile a quello di infiniti altri bar-trattoria. Un lungo banco, qualche tavolino, una coppia di vecchietti col quartino di rosso davanti e lo sguardo un po' presente, un po' vacuo. Passando davanti al grande specchio, mi vedo incornicato di cartoline: Dolomiti, Abano Terme, Scarmelseic e le immancabili ragazze in bikini. Sul grès color miele, una bimba trotterella rapida, seguita dal nonno che ne rincorre l' esuberanza. Ci spostiamo verso il fondo, lontani dal televisore che naturalmente trasmette calcio. Attorno a noi, file di vecchie bottiglie e antichi attrezzi da cucina. Ogni tanto colgo il peso di uno sguardo annegato tra le pieghe degli anni. E' appena un balenio, un attimo. La curiosita' garbata, non sfacciata, di chi la montagna ha abituato all' isolamento e che forse trova in un volto estraneo il segno del mondo esterno venuto a trovarlo.
Sul piano di un cassettone, l' incongruenza di un modernissimo forno a micro-onde che fa da appoggio a una radio a valvole marcata Telefunken -Berlin. Pur nell' estrema diversita', appaiono paradossalmente simili. Li guardo e penso che sembrano nonno e nipote, tanto somiglianti nell' aspetto, eppur cosi' differenti nella sostanza. Cosa vuol dire il ricambio generazionale!
Un uomo, tarchiato e dalla barba stantìa, fa un gesto e indica i tavoli come dire scegliete un po' quello che volete. Poi scompare in cucina ma arriva una ragazza con un foglietto in mano. L' espressione e' seria, la pelle del volto tesa fin quasi a mostrare le ossa sottostanti. L' abito di maglia aderisce a un corpo efebico ed enfatizza una magrezza che fa pensare all' anoressia. Con voce cantilenante ci informa sui piatti. Siamo sull' appennino tosco-emiliano, on the border line direbbero gli americani; l' accento ne risente e pure la gastronomia, tanto e' vero che ci viene offerto un misto delle due cucine.
Atmosfera un po' freddina, che mi fa sentire in piu', un estraneo venuto a disturbare.
Tortelli fatti in casa con ripieno di patate..., gnocchetti verdi con porcini..., tagliatelle al ragu...ribollita... e dopo soprattutto cose alla griglia. Filetti...,bistecche (sarebbe la fiorentina, che qui gia' chiamano alla toscana)...salsiccia ...,verdure grigliate..., fagioli all' uccelletto..., braciole... Io che la carne l' amo sempre meno, mi ritrovo inaspettatamente a ordinare un filetto: ho la sensazione che sara' buonissimo.
Chiedo spiegazioni su alcune cose, cosi', giusto per far parlare la ragazza. In realta' non e' che mi servissero: ho gia' capito che quella che avevo scambiato per freddezza e' la riservatezza dei montanari, da sempre schivi e chiusi. Mentre spiega, si anima, prende colore cosi' che le linee del viso sembrano addolcirsi e gli occhi mostrano un calore nuovo.
Si', decido per il filetto, ma, mi raccomando, che sia alto. Magari piccolo ma alto, perche' la cottura lasci l' interno rosato e morbido.
-Ah, ma lei e' un intenditore !- esclama - e allora qui ci vuole il babbo ... babboo...babboooo ...ma dove l' e' andato?
E scompare, tanto sottile che sembra non produrre ombra alcuna, sotto la luce delle appliques.
-Guardi l'e' bello! - di botto mi scuoto da una selva di strani pensieri trovandomi sotto il naso una sleppa di filetto che sara' almeno tre etti.
-Guardi... guardi costi'...l' e' un spettacolo, eh si', un spettacolo davvero, pero' si puo' pure farne una meta', ehh - e con la mano di piatto accenna un gesto orizzontale - pero' ...insomma... la sarebbe una vigliaccata ma... non insisto, che non vorrei pensasse che lo fo' per scucirle piu' denaro dalle tasce, mi comprende? -

E' barba incolta e anche lui ha perso l' espressione distante, si e' trasformato. Anzi gesticola al punto che per un pelo non abbatte due macinini della nonna e un gruppo di bottiglie che devono esser li' dall' inaugurazione, tanto e' vero che le etichette hanno assunto il colore (e una anche i riccioli) della pergamena antica.

Sono indeciso e fisso il filetto in cerca d' ispirazione. Sarebbe meglio chiamarlo filone, mi dico: e' alto tre dita e grande come un piattino da frutta! Cosi' da vicino, si vede la grana fine della carne che quasi si sfalda sotto il suo stesso peso.
E' gia' da qualche minuto che mi sento osservato; allora mi giro, accorgendomi solo ora di avere una platea. Un paio di loro annuisce e gli altri subito s' aggiungono.
-Lo prenda..lo prenda, con quello va sul sicuro - biascica da una chiostra mal messa un' anziano coi capelli bianco -avorio- ...oddio... con quel che le costera', il mi' nonno c'avrebbe comperato un podere...no, no! Scherzo - ride della propria battuta e sobbalza tutto, scuotendo la pelle del viso e del collo, fitta di segni come una mappa antica, poi si riprende - il Peppe l' e' un galantuomo eppoi sa dove trovare ancora della buona chianina, nevvero Giuseppe? Anzi se la goda un po' anche per me, che con i denti che mi ritrovo...- scuote il capo e la voce si spegne in un borbottare indistinto. Mi guarda anche una coppietta che pare estranea al locale come noi. Lei mi pare di pelle scura, forse e' brasiliana. Annuiscono e sorridono. Anzi, TUTTI annuiscono e sorridono, si girano a guardarsi, annuiscono ancora e ancora sorridono poi tornano a fissare me. In silenzio.
Guardo la mia compagna. Sorride anche lei, divertita. Scuote le spalle e anche gli occhi sorridono.
Cotto a puntino, da manuale: fuori la crosticina bruna e dentro...dentro un cofanetto che pare raso antico, morbido, succoso e saporito. Un filo di olio (non troppo saporito, che gia' lo e' la carne) ma quel tanto che basta per lubrificare il coltello, che entra come in un panetto di burro.
Voi non ci crederete, ma Giuseppe-barba incolta (pare quella di Di Pietro, una fascia di setole blu, insomma!) ora passa dal nostro tavolo ogni poco con le scuse piu' banali, tipo offrire altro pane che gia' ne abbiamo un cestino pieno o controllare se l' acqua e' sufficiente. Solo per sapere ancora una volta se il filetto va proprio bene.
-Magari ancora un po' di pepe? -
Lo sguardo e' lucido di orgoglio, quasi che le mie parole di gradimento fossero riferite a suo figlio. Con la coda dell' occhio lo colgo in un impercettibile gesto del capo, come per dire agli altri avete visto, eh? Visto come gli piace?
Alla fine...eh si', nonostate sia andato piano, come sempre quando una cosa mi piace davvero, il filetto non e' durato in eterno, alla fine, dicevo, mi sono solo pentito di non averlo gustato con un rosso generoso. Magari un cabernet- sauvignon '97 Terre Arse della cantina Vallania dei Colli bolognesi. Un grande vino, che si sta facendo onore sulle tavole piu' prestigiose d' Europa e che nel balloon esprime tutta la pienezza di un corpo equilibrato e pieno.
In terra che e' gia' quasi toscana non si poteva che terminare con biscotti secchi e vin passito, alla salute di questa brava gente di montagna, che con pochi gesti m' ha fatto sentire a casa.
Oh, una cosa: mi prosterno in scuse, ma 'sta volta le toilettes mica ve le posso descrivere, perche' non ne ho fruito.

Osteria Nonno Poldo, Roncobilaccio, a due chilometri dal casello autostradale della A1. Aperto pranzo e cena ma chiuso il lunedi'.
Tel. 0534-97592 oppure 898560.



Questo intervento ha un commento associato
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=251
15 / 01 / 2004
I CERCATORI DI STELLE

  I CERCATORI  DI STELLE
 
 
Dieci ore di aereo, un mondo grande, nuovo, diverso; via vai di gente, luci sfavillanti, un mendicante su un gradino di una chiesa, il suo cane addormentato accanto e il cappello con qualche spicciolo sul fondo.

Un mendicante? Uno solo in un raggio di 2 Km?
Quanto e' diverso e quanto e' distante dal mio mondo.
Kenja: la mia terra, la dove ogni notte la luna bussa alle porte del silenzio. Forse a qualcuno puo' sembrare un silenzio, ma in realta' l'Africa e' il posto piu' rumoroso e silenzioso allo stesso tempo. Spesso la sera, al termine di una giornata mi fermo acanto alla mia tenda (una canadese verde/nera), mi sfilo i sandali e li getto lontano,poi appoggio la testa contro un albero e guardo il cielo, tendo le orecchie, e allora eccolo, e' il concerto dell'Africa: ronzio di insetti, le risate allegre dei miei bimbi, passi e movimenti degli animali, che con l'arrivo del buio fanno capolino, si muovono furtivamente. In lontananza solo il rosso intenso dei loro occhi.
In un piccolo villaggio dell'entroterra, uno dei tanti sparsi in Kenja, dal buffo nome di Asi rashi (piu' o meno questo e' il suono letterale, anche se non si scrive cosi'), cosi' piccolo che e' quasi del tutto sconosciuto, convivono in modeste capanne di fango e paglia coloro che vengono definiti "I cercatori di stelle".
Per mesi e mesi durante i miei pellegrinaggi avanti e indietro con il loro villaggio, cercai di scoprire la ragione per cui si facevano conoscere con quel nome .
Una sera, al termine di un lungo colloquio con il capo del villaggio, capii che per scoprire questo segreto avrei dovuto fare esattamente come loro, vivere come loro, immedesimarmi nelle loro consuetudini. Fortunatamente non mi e' difficile, ho imparato da diversi anni a leggere nell'animo delle persone, uno sciamano anni fa mi insegno' a scrutare lo sguardo di chi mi e' difronte, a notare ogni piccolo cambiamento e sfumatura. Mesi di insegnamento e solitudine, ma poi ho imparato, e nulla mi sfugge, mi basta anche solo poter passare poche ore con qualcuno per comprenderne i piu' intimi segreti. In questa terra ogni giorno e' un giorno tutto da inventare, e riuscire a capire prima che sia tardi e' di vitale importanza.
Cosi' la sera attesi che le donne terminassero le loro faccende,e poi le seguii appena fuori il villaggio.
Accesero un gran fuoco, si sdraiarono tutte a pancia in sotto, con i palmi delle mani rivolti verso l'alto. Poi le fissai a lungo e restai in ascolto. Emettevano suoni strani, i vocaboli erano a me sconosciuti, ma guardandole negli occhi capii che si stavano rivolgendo al cielo.
Parlavano con le stelle, ma le stelle non c'erano, era una sera scura, piena di nuvole, ma quelle nuvole che non portano acqua e tendono a scomparire il mattino dopo.
Si cosparsero il volto di terra color ocra, quella usate per le crimonie principali, poi intonarono un canto lento , dalle note semplici. Chiedevano alle stelle di tornare nuovamente con loro. Poi si alzarono in piedi e iniziarono una danza lenta, con movimenti ritmici e sempre uguali; mi invitarono a prenderne parte,ma prima cosparsero anche il mio volto di terra ocra.
La cerimonia fini', e facemmo tutte ritorno al villaggio. La sera seguente, mentre mi apprestavo a scattare le mie solite fotografie a tutto cio' che mi circondava, improvvisamente sentii i bambini del villaggio gridare di gioia e uscire in tutta fretta dalle loro case, indicare il cielo e sorridere.
Le stelle erano tornate, mi spiegarono, ora tutto andra' bene per un mese. I raccolti saranno fiorenti, non manchera' l'acqua, e nessun predatore si avvicinera' a loro villaggio.
Le stelle sono il loro portafortuna, per questo si fanno chiamare i cercatori di stelle. Ma e' molto difficile che svelino questo a qualcuno, ritengono che solo gli animi puri possono comprendere.
Restai al villaggio per 2 mesi, e ogni volta che le nuvole tornavano ad occupare quello spicchio di cielo, io silenziosamente mi avviavo appena fuori il villaggio, e contnuavo ad eseguire lo stesso rito per giorni; ero parte di loro ormai e avevano accettato di buon grado la mia intrusione.

Ora, proprio li, ho la mia piccola scuola, i miei piccoli bambini. Principalmente vivo li', e miei amici mi hanno voluto costruire una capanna come la loro.
La mia casa .




Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=255
15 / 01 / 2004
TEA TIME

Prima di tutto parliamo del nome. Si dice ”tè” o, in inglese “tea”. Il molto usato “the” assolutamente NON esiste, salvo essere l’articolo determinativo della lingua inglese. Attribuito alla bevanda costituisce un grossolano errore.

Nella scelta di una miscela fatevi consigliare da un buon intenditore in un negozio qualificato e seguite anche il vostro gusto personale. La scelta dovra’ anche avvenire in base all’ uso che del tè si vorra’ fare,alla stregua di un vino o di una birra. Se esso dovra' accompagnare un intero pasto meglio una miscela piu’ corposa e saporita, se invece lo vorrete gustare anche cosi’ senza nulla o con pasticcini delicati, orientatevi verso una miscela di gusto sottile e morbido. Un piccolo consiglio, pero’: evitate, se volete fare un buon tè, i filtri gia’ confezionati. Essi, per quanto comodi, contengono, di solito, gli scarti, i cascami della lavorazione e costituiscono quindi la scelta peggiore.

Nella preparazione del vostro infuso, usate preferibilmente una teiera di terracotta, porcellana, pirex o ghisa. Evitate ogni altro metallo, specialmente alluminio e acciaio inox, che puo’ conferire alla bevanda un fastidioso gusto metallico, piu’ facilmente avvertibile nelle miscele delicate.
Come prima operazione scaldate la teiera con acqua bollente, che getterete un momento prima di mettere sul fondo della teiera le foglioline di tè (un cucchiaino per tazza piu' uno per la teiera) su cui verserete acqua calda.Prima di coprire, aggiungete pochi grani di sale fino, che esaltera’ l’ aroma della bevanda. Il tempo di attesa prima di servire e’ variabile da miscela a miscela, e conviene consigliarsi al negozio.

La "ricetta" indicata e' quella insegnatami da un cuoco londinese appassionato di tè da dieci lustri ma di sicuro ve ne sono altre altrettanto valide.

Nel suo “Libro del tè” il filosofo giapponese Okakura Kazuno sostiene che “il te’ e’ un’ opera d’arte e ha bisogno della mano di un maestro per esprimere le sue piu’ nobili qualita’ “
Gli Inglesi, senza enfatizzare a tal punto questa bevanda, hanno da secoli imparato ad apprezzarne le qualita’ , consolidando il rito quotidiano del te’, fino a renderlo parte integrante della british way of life.

Tra le tea rooms londinesi, quella del Browns Hotel in Dover street e’ famosa per sapere creare la giusta atmosfera per godersi le ottime miscele della casa, esclusive ricette che restano un segreto assoluto. Le accompagna, nel tradizionale cerimoniale, un ricco vassoio a tre piani con torte, pasticcini e finger sandwich, microscopici tramezzini con salmone, formaggio, uova e tonno. Se decidete di fare una prova in tal senso, fate pero’ attenzione, perche’ non e’ possibile prenotare e, avendo i clienti dell’ hotel diritto di prelazione ai tavolini, durante i fine settimana si rischia di restare in fila anche per una mezz’ora. Gli inglesi sono molto legati alle tradizioni, percio’ abbiate cura di arrivare ben vestiti e gli uomini in giacca e cravatta.
Eccellente il servizio anche nella luminosa tea-room dell’ Hyde Park Hotel in Knightsbridge, dal quale avrete una magnifica vista del parco.
Una dozzina le varieta’ di te’, dai tradizionali Earl Gray, Darjeeling, Breakfast e Orange Pekoe ai pregiati Lapsang Souchong e Fine Assam fino ai piu’ esotici al mango o fior di loto. Anche qui immancabile la presenza di tartine, dolci e marmellate da gustare con musica di sottofondo e l’ atmosfera “very english”. La specialita’ della casa e’ pero’ il “cream tea”preparato seconda la tradizionale ricetta del Devon, a base di te’morbido e di caldi, piccoli panini non lievitati, arricchiti o meno di uvetta. Questi, una volta aperti, vanno farciti con clotted cream (panna molto densa che da’ nome al te’) e marmellata di fragole.

E’ invece al Waldorf che, secondo altri, si puo’ gustare la migliore pasticceria di tutta la citta’ e la conquista del famoso Tea Award per piu’ anni consecutivi sembra confermarlo. Nei pomeriggi di sabato e domenica, poi, nella romantica atmosfera della Palm Court, si tengono te’ danzanti con tanto di orchestra.
Al Ritz, invece, in Piccadilly, salotto buono di Londra, arredato con divani e poltroncine in seta rosa, grandi specchiere dorate e stucchi che ricordano gli antichi splendori del British Empire. Questo, naturalmente per chi ama il genere. Personalmente, per le merende preferisco di gran lunga i numerosi e splendidi parchi o, quando il tempo non lo consente, locali decisamente meno formali, come Richoux (172 Piccadilly), uno dei locali che i londinesi apprezzano di piu’ per la vasta disponibilita’ di torte. Le cameriere vestono il costume vittoriano, con gonnelline,nastrini e cuffietta, mentre Fortnum and Mason, da sempre fornitore di Buchingham Palace e famoso anche per i prezzi terrificanti, merita comunque il tempo di una visita, magari prima dello shopping nelle vicine Regent, Bond e Oxford street. Al piano terra di Fortnum potrete trovare una fantastica scelta di te’, elegantemente confezionati nella classica scatola metallica in verde e oro e offerti ai prezzi di sicuro piu’ alti di tutta la citta’ se non dell’ intero Regno Unito.

PROFUMI E AROMI DELLE MISCELE

Dall’ India:
ASSAM. te’ scuro, vigoroso, dal gusto un po’ pungente. Ideale per una colazione che vede la presenza anche di pasticceria salata.
DARJEELING. Tra i piu’ raffinati e costosi te’ del mondo, si distingue per un retro gusto di uva moscato. Da bere liscio e ben caldo. Da preferire la scelta “Vintage”. Puo’ anche accompagnare un lunch leggero.

Da Sri Lanka (Ceylon):
ENGLISH BREAKFAST.
Miscela di te’ scuri e forti. Ottimo per la prima colazione o una merenda.
ORANGE PEKOE. Piccole foglie arricchite da fiori d’ arancio.

Dalla Cina:
EARL GRAY. Te’ scuri, tra le piu’ conosciute e diffuse miscele, grazie al piacevole aroma di bergamotto.
OOLONG. Te’ semifermentato dall’ aroma molto sottile e delicato. Indicato quando non lo si accompagna con nulla di solido o con pasticceria di gusto delicato.
FORMOSA OOLONG detto anche OOLONG PEACH BLOSSOM. Te’ raro, prodotto in limitate quantita’ a Taiwan. Delicato, leggero e dal gusto di pesca. Prezzoelevato.
JASMINE. Miscela di te’ verdi con aggiunta di fiori di gelsomino.Da bere ben caldo e liscio.
LAPSANG SOUCHONG. Te’ forte e corposo, dall’ aroma affumicato. E’ un te’ per intenditori, indicato per accompagnare un pasto a base di carni o formaggi.

Dal Giappone:
BAN-CHA. Detto anche Bancia, questo tè e' privo di teina e puo' quindi essere bevuto senza timore di creare insonnia o tensione. E' un te' energetico e forte, da gustare liscio e senza zucchero. Preferibile scegliare il tipo " a bastoncini" piuttosto che le foglie. Esso andra' lasciato bollire per 10 minuti poi coperto e lasciato riposare per 15 minuti. Acquistabile in erboristeria e nei negozi di alimentazione naturale.



 




Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=254
15 / 01 / 2004
MISTOCCHINE, DOLCE SCOMPARSO

Fino   a non tanti anni fa all’ angolo di certe strade, specialmente nei quartieri popolari, non era difficile vedere un trespolo con un fornello sul quale, fino circa a carnevale, si cuocevano  le mistocchine.

L’odore che ne sprigionava, si spandeva per il quartiere e i bimbetti, appena lo avvertivano in lontananza, cominciavano a domandare  e a strattonare la mano di chi li stava accompagnando.

Dietro al piccolo banco, spesso protetto da un basso paravento pieghevole a tre lati, stava la mistocchinaia,con a fianco il trespolo del focone, necessario per la cottura, lunghe gonne  e grembiale bianco, in testa un largo fazzoletto simile alle bandane di oggi, sulle spalle l'immancabile scialle fatto ai ferri o all' uncinetto e alle braccia alti manicotti anch'essi bianchi.

I bambini le si affollavano attorno, curiosi ed eccitati.I piu' piccoli tentavano di sbirciare oltre il paravento alzandosi sulle punte dei piedi, mentre i grandicelli, preso coraggio, chedevano, speranzosi e con l' occhio languido, se per caso qualche mistocchina si fosse rotta...

Oggi  simili attivita’ artigianali sono quasi del tutto scomparse, ad eccezione  di pochi caldarrostai che nel periodo invernale propongono le castagne arrostite.

 

Le mistocchine sono un semplice impasto di acqua e farina di castagne cotto in forma di schiacciatine sopra una piastra metallica ardente che ne abbrustolisce le due parti lasciando morbida la parte interna..

La parola”mistocchina” dovrebbe derivare dal latino “miscère” e cioe’ mescolare, ad intendere la mescolanza degli ingredienti tra loro.Ancora oggi sopravvive il termine “mesticheria”, laddove si mescolano colori e vernici per creare la tinta desiderata.

Appena diversi erano i mostaccioli, addolciti da spezie e zucchero ma uguali in tutto il resto.

 

Di mistocchine si parla  a Bologna fin dalla meta’ del ‘600 in una moltitudine di bandi comunali e anche in una filastrocca  settecentesca che parla del fidanzamento tra Babion del Capitol, un venditore di mistocchine e Filippa, “filira” di canapa, una ragazza , cioe’, che lavorava alla filatura della canapa.

Tali bandi talvolta, per ignoti motivi, arrivavano a proibire completamente la fabbricazione e il commercio delle mistocchine, pena una pesantissima multa di 50 scudi d’ oro, facendo obbligo ai produttori di presentarsi ai Notai per conoscere le norme di tale commercio.

Altre volte, invece, venivano stabiliti i prezzi, che erano diversi dalla citta’alla campagna.

 

Le mistocchinaie, che spesso vendevano anche castagne arrostite, dette caldarroste, furono spesso oggetto di scherzi piu’ o meno pesanti da parte di giovani un po’ scapestrati; quella che per anni lavoro’ in via Castiglione, un giorno si vide d’ un tratto portar via trespolo  e focone da sotto  perche’ un ragazzino lo aveva legato con una fune a una macchina  appena partita dal parcheggio,  pochi metri piu’ in la’.

 

Una delle piu’ note mistocchinaie aveva il suo laboratorio-negozio sotto gli antichi portici di via Marsala  all' angolo con via Mentana, laddove, sul muro di palazzo Leoni esisteva un grande affresco, da tempo scomparso per il tempo  e per l’ incuria,  attribuito a Nicolo’ dell’Abate, lo stesso le cui opere si possono ammirare nel castello di Fontainebleu e raffigurante un presepe che, si dice, fu molto ammirato dallo stesso Michelangelo. 

Per  l’ affresco come per le mistocchinaie, transivit gloria mundi!

 

 



Questo intervento non ha ancora commenti associati
|Aggiungi un commento|
Questo intervento non ha ancora trackback associati
Permalink: http://www.italmensa.net/mensario/alberto/?idr=250