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Ti mangio...
di Guido Pensato

Non si può certo, vigilando Amnesty International e commissioni varie a difesa di diritti più o meno civili dell'uomo (-donna ), tutte filiazioni, si suppone, della Lipu (Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli) e della Lega antivivisezione. Non si può fortemente biasimare, come pure si vorrebbe, quanto meno dal coté culinario e nel privato, la ridda di idiosincrasie alimentari che flagella un'umanità ormai riluttante ad attenersi alle rigorose certezze della scienza che la vorrebbe allegramente e vantaggiosamente onnivora. Si tratta di una ribellione che pagano gli onnivori pentiti, costretti a un nevrotico zig-zag antimina ("per me senza formaggio", "non ci saranno interiora?", "della trippa non sopporto nemmeno l'odore") e gli onnivori rigorosi, in particolare - e due volte - se si propongono oltre che come mangianti anche come cucinanti.

Il dialogo, la convivenza, la non belligeranza, sempre possibili e auspicabili, sono messe pericolosamente a rischio se si pretende di indagare o, peggio, di praticare le connessioni tra eros e cibo. Pentiti e rigorosi potranno, presumibilmente senza problemi, continuare a "mangiare con gli occhi" o a minacciare: "ti mangio tutto/a" l'oggetto - si suppone gradito - del desiderio sessual-gastronomico. Ma quando si fa più evidente, più stringente il carattere iniziatico e iniziale delle pratiche gastronomiche (per ciò stesso in grado di promuovere la gola a zona squisitamente erogena) rispetto a quelle sessuali, i blocchi alimentari tendono a sparire o rischiano di sommarsi a quelli che insorgono nella prassi amorosa strictu sensu? C'é, insomma, il rischio che una cenetta-intima-servita-a-ridosso-del-talamo o una-notte-d'amore-imbandita-a-ridosso-della-tavola si trasformino in un percorso di guerra, in una estenuante trattativa condotta tra veti, dinieghi e disgusti.

Non é un rischio da poco. Anche su un piano strettamente economico e in periodi di recessione. E infatti quasi tutti i cibi, i condimenti, gli ingredienti cui sono state -
Ti mangio
Menu de la poule au pot
o sono tuttora - attribuite proprietà afrodisiache sono - o sono stati - esotici, rari e costosi: dal pepe all'aragosta, dalla noce moscata al tartufo, dal sedano al caviale. Perfino il pomodoro - pomme d'amour - per due secoli frutto ornamentale ed esotico per eccellenza, che infatti vinse la diffidenza dei cucinieri solo nel Settecento, secolo notoriamente e freneticamente alla ricerca di pretesti per accreditare, presso i posteri, maldicenti e beghini, la propria fama di libertino. Rarità, esotismo, costo. Caratteristiche che ci aiutano a spiegare quella fama e ben di più: lo stretto e certo rapporto tra eros e cibo. Tutto ciò che è raro, prezioso, lontano, è contemporaneamente amato, vagheggiato, desiderato. Il desiderio è desiderio di possesso, di possedere, di avere in proprio potere l'oggetto amato. L'acme del possedere e . del possedersi è il desiderio violento di incorporare l'altro, di farsi incorporare dall'altro: "ti mangio tutto".

Riconciliarsi senza riserve con la propria condizione di onnivori comporta vantaggi che possono giungere fino al riconoscimento di sé - del sé atavico e preculturale, individuale e collettivo - in mezzo all'infuriare ormai consumistica delle battaglie etniche localistiche. E' quanto provò a fare Issei Sagawa - la sua storia é raccontata nel libro di Juro Kara "L'adorazione" -, spinto dai bisogni della carne e di carne, oltre che di un amore sviscerato, a: 1) ammazzare 2) fare in pezzi 3) conservare in frigo 4) mangiare (alla bisogna) la sua fidanzata olandese.

Può aiutarci ad alleviare il raccapriccio sapere che Levi-Strauss interpreta il fatto che alcune popolazioni della Nuova Guinea ancora nella seconda metà di questo secolo mangiassero i parenti prossimi come "un modo per testimoniare loro rispetto ed affetto". E con piglio quasi didascalico aggiunge che se "Jean-Jacques Rousseau vedeva l'origine della vita sociale nel sentimento che ci spinge ad identificarci con gli altri; dopotutto, il modo più semplice per identificare l'altro con se stesso, é sempre quello di mangiarlo". Issei Sagawa, "il giapponese cannibale per amore", in una lettera indirizzata a Juro Kara collegava il suo amore per la fidanzata a una più generale "tendenza non sradicabile, un desiderio che nutre il Giappone nei confronti dell'Occidente". Un' affermazione che conferma e spiega. Ma soprattutto inquieta. Se ogni giapponese cova in sé un così sterminato amore, allora è vero che guerre commerciali, monetarie e finanziarie con l'Europa e gli USA non sono che pratiche erotiche preliminari rispetto al climax: fare degli uni e dell'altra un solo boccone?


Mensa a Vico del Gargano: amore, arance e San Valentino
A cura di Mensa

San Valentino adornato di arance
Il culto di San Valentino martire si è diffuso non solo nel ternano ma in tutta l'Italia centrale e del Nord, come testimoniano le tante vie e piazze a lui dedicate. Il patrono degli innamorati è venerato in molti paesi e città. Tuttavia, si può ritenere che, fatti salvi gli eventi valentiniani ternani, un posto a parte, per importanza e suggestione, merita la venerazione di San Valentino a Vico del Gargano, di cui è santo patrono. Non solo per le tante iniziative organizzate per festeggiare il santo e gli innamorati, da lui protetti, ma per le caratteristiche della processione che si svolge il 14 febbraio e che rievocano, simbolicamente, le vicende davvero singolari che ne fecero il patrono di Vico e che vale la pena qui riportare, come sono narrate nel sito: http://www.comune.vicodelgargano.org/tradizioni.htm

Il 14 Febbraio di ogni anno dunque, la statua del santo viene portata in processione, ricoperta di arance e zagare di produzione locale. Questi agrumi costituiscono l'elemento caratterizzante della festa.
"Nel XVII secolo gran parte dell'economia vichese si basava sull'agrumicoltura. Le colture intensive e la creazione e l'apertura di mercati nuovi anche esteri (Venezia e Dalmazia) crearono un diffuso benessere del quale tutti beneficiarono. Purtroppo, prescindendo da altre analisi, un fattore negativo, che non dipendeva dalla volontà umana, interferiva con
vico del gargano
La torre del castello
l'evidente benessere mettendolo talvolta in serio pericolo: i venti di tramontana, contro i quali poco o nulla potevano le fitte siepi frangivento di alloro, e le gelate improvvise mettevano in pericolo il raccolto sperato; contro questi nemici non v'era ovviamente rimedio se non quello di invocare e sperare nell'aiuto divino. Intermediario divino e patrono della cittadina era allora S. Norberto di Xanten, l'evangelizzatore degli Slavi di Polonia e primo vescovo di Magdeburgo, riconosciuta capitale spirituale di tutti gli Slavi.Facile arguire come il culto di S. Norberto fosse stato introdotto dagli Slavi, fondatori della cittadina. Si andò così creando un movimento sempre più forte di opinione orientato verso un protettore meno "estivo" e che si potesse festeggiare ed invocare allorquando i giardini avevano maggior bisogno di aiuto non umano, cioè d'inverno. Dopo infinite vicende, ai Vichesi fu finalmente concesso dal papa Paolo V di adottare un nuovo patrono. Secondo la tradizione, sembra che sia stato Valentino a scegliere i Vichesi e non viceversa; nelle catacombe romane dove si era recata ,la delegazione di notabili per procedere alla "adozione" di un martire patrono, il capo di essa urtò contro un braccio sporgente da un loculo. Ebbe la sensazione di essere stato fermato. Era il braccio di S. Valentino che assieme ad altre reliquie fu prelevato e portato in pompa magna a Vico dove lo attendeva una chiesa stracolma di aranci e di limoni chiaramente offerti alla vista e all'attenzione del nuovo patrono perché fosse evidente e tangibile ciò che la gente si aspettava da lui. Era il 14 febbraio del 1618.

San Valentino,
innamorati di sera al Vicolo del Bacio
Due innamorati di sera al Vicolo del Bacio
patrono di Vico del Gargano, da sempre è sinonimo di Festa degli Innamorati con un significato del tutto singolare ed una interpretazione gioiosa della circostanza. Vico del Gargano, infatti, possiede un suo "Vicolo del Bacio": la versione più biblica delle famose tenzoni amorose tra Giulietta e Romeo. Si tratta del Vicolo che collega via S. Giuseppe al Rione Terra, lungo una trentina di metri e non più largo di 50 centimetri. Leggenda vuole che questo Vicolo fosse una sorte di luogo benedetto per coppie di innamorati, uomini in cerca di amore e donne in attesa di compagnia. I fidanzatini si davano appuntamento nel vicolo che attraversavano, più volte, da direzioni opposte per potersi toccare ad ogni passaggio. E' facile immaginare di quanti "scontri amorosi" sia stato testimone, nel tempo, il Vicolo del Bacio. Da ricordare, inoltre, che chiunque può donare un arancio, preso dall'addobbo del Santo, alla persona cara con la consapevolezza che il frutto si trasformerà, secondo tradizione, in uno speciale filtro d'amore."

Concludiamo questa nostra escursione a Vico del Gargano, dando voce a un'altra ricostruzione della venerazione di San Valentino nel bel paesino garganico, quella di Maria Luisa Gualtieri, che così scrive, tra l'altro, nel suo breve e piacevole articolo, reperibile per intero dall'indirizzo:

http://www.ideazione.com/settimanale/5.home_cultura.htm

e direttamente all'url:
http://www.ideazione.com/settimanale/5.cultura/81_14-02-2003/81cucina.htm


Cucina. Il nettare degli innamorati
di Maria Luisa Gualtieri

… Pubblicitari e industrie hanno declassato da sentimento a costume questa festa, rendendo quasi d'obbligo il regalo costoso. E oggi San Valentino è divenuta festa del costume indotto, festa popolare laica che serve a incrementare i consumi e gli sprechi. C'è ancora però un piccolo paese della Puglia, Vico del Gargano, dove San Valentino, patrono della città, viene ricordato con feste dal sapore ingenuo e sentimentale. Dal 1618, anno in cui il Papa Paolo V nominò San Valentino, festa degli innamorati, Vico del Gargano, in un labirinto di viuzze e scalette, ponti e portici si veste a festa con degli ornamenti originali. La Chiesa Matrice, i vicoli e le piazzette, a partire dal vicolo del Bacio, stretta e pittoresca stradina simbolo dell'amore, vengono addobbati con dorate e fragranti arance. La leggenda assicura che, gustando le arance di Vico ognuno realizzerà felicemente il proprio sogno d'amore. Gli aperitivi, i dolci e i liquori sono tutti all'insegna del gusto di arance di Vico.

Ricetta Noi approfittiamo per dare ai nostri lettori una ricetta facile e insolita per un liquore al profumo d'arancia: l'arancia sospesa. Occorrono un'arancia biologica matura e acquavite bianca e cointreau. Riempite del liquore scelto un vaso e appoggiate alla superficie del liquido una arancia grande, all'incirca quanto l'imboccatura del recipiente. Tenetela così sospesa per una settimana, rigirandola ogni giorno. Prima di utilizzare il liquore, sostituire l'arancia utilizzata con una fresca.


La cucina giapponese? Sappari!
di Mikis Pensato

Nel film di Edward Zwick "L'ultimo samurai", con Tom Cruise nel ruolo del protagonista, risultano ampiamente trattati ed assorbiti numerosi temi della cultura giapponese in generale e zen in particolare. Tranne uno: quello della cultura alimentare!
In un paio di scene Nathan Algren (Tom Cruise) e Taka (Koyuki) siedono a tavola. O meglio sono inginocchiati a tavola, data l'usanza. Tuttavia, a parte le bevande (tè e sakè), la telecamera non mostra cibo. Eccezion fatta per qualche misero chicco di riso che sembra esserci per caso. Ne viene fuori un'immagine eterea, quasi di un popolo che, seppur guerriero, alimenta i propri muscoli di aria rarefatta e profonda meditazione. E' vero: mai probabilmente la cultura gastronomica giapponese abbandonò i principi di equilibrio e compostezza. Mai, quindi, pantagrueliche abbuffate o trimalcionici convivi furono veicolati dagli ideogrammi. E' vero anche che i samurai, soprattutto i più bassi di rango, seguivano per lo più la "povera" alimentazione dei contadini: riso, non sempre brillato, e legumi con la soia in primis. Se andava bene mangiucchiavano carne e pesce essiccati e tagliati a listarelle sottili. In queste listarelle è da ritrovare, tra parentesi, l'origine degli origami: il noshi, una delle forme "base" dell'origami, prende nome e forma dal noshi-awabi, un frutto di mare essiccato e tagliuzzato, considerato una prelibatezza dai più fieri guerrieri nipponici.

Tutto questo è vero. Ma dobbiamo tenere anche presente che fin dal XIII secolo nei monasteri zen, fucine di materiale culturale per gli stessi samurai, il ruolo del tenzo ("colui che prepara i pasti per i monaci" nel Chanyuan Quinggui o Regole per i Monasteri) era considerato fondamentale quanto gli altri incarichi "responsabili": il kansu, responsabile degli affari globali della comunità; il fusu responsabile delle questioni finanziarie; l'ino, responsabile delle questioni personali; lo shissui, responsabile della manutenzione degli edifici, della coltivazione e di altri lavori.
sushi
Un piatto di sushi
Se consideriamo la fama che la cucina giapponese ha oggi maturato a livello internazionale, comprendiamo che quel ruolo fondamentale, il ruolo del tenzo, è rimasto pregno della sua valenza nel corso dei secoli e ha diffuso i propri precetti fuori dalle mura dei monasteri. Possiamo tranquillamente dire che il cibo è una parte integrante della cultura giapponese ed è intrecciato con la religione, la tradizione, la storia e l'estetica: se la telecamera avesse sottolineato maggiormente questo rilievo, una maggiore pregnanza avrebbe contornato "L'ultimo samurai".

La cucina giapponese segue alcune regole basilari: la freschezza delle materie prime, il gusto estetico della presentazione e l'attenzione data ai commensali. La vicinanza e attenzione per la natura, per le sue regole da rispettare con reverenza e gratitudine, ha sempre spinto i giapponesi a non cercare il fuori stagione: e un occidentale che si trovasse in Giappone a febbraio sarebbe indotto a pensare che la cucina giapponese è a base di fragole. Salvo cambiare idea il mese successivo e dichiararla a base di funghi. Oltre alle ricette, poi, con l'avvicendarsi delle stagioni cambiano anche le stoviglie, le tovaglie e le ciotole.
Il gusto estetico, la bellezza nella preparazione, l'attenzione a particolari che sarebbero assolutamente ininfluenti in tutte le altre cucine, quali ad esempio la disposizione di cibi nella ciotola, fondano la loro ragione nella tensione all'armonia di forme colori e sapori che, in modo panico, devono essere una carezza ulteriore oltre quella data dalla bellezza del mondo. E dall'unione armoniosa delle cose e dei gesti non possono essere esclusi gli uomini, coloro che mangiano. A questi lo chef deve rivolgere quasi la stessa attenzione rivolta ai cibi loro offerti. Non esiste ricetta senza commensali.

La cucina Giapponese usa pochissimi grassi ed esclude praticamente del tutto latte, burro e formaggio, sostituito da squisiti surrogati vegetali (il tofu, formaggio di soia). Gli alimenti cardine sono invece il riso, la soia e il pesce. Anche la verdura e, in misura minore, manzo, pollo e maiale, sono usati.

Di tutti gli ingredienti usati, la cucina giapponese tende a preservare il sapore e la riconoscibilità nell'insieme. Ecco perché predilige piatti composti da tanti piccoli bocconi, il cui gusto nel sushi è rinforzato dal riso appositamente trattato con aceto; oppure nel sashimi, protetto assieme alla tenerezza del pesce crudo, dall'immersione nell'acqua gelata; oppure addirittura sigillato dalle fritture, tempura, realizzate con finissimo olio vegetale polinsaturo perfettamente trasparente, e dalle croste successive alla grigliatura, teppan-yaki.

Se vi dovesse capitare di chiedere ad un giapponese di definire la propria cucina, con molta probabilità userebbe una sola parola: sappari. Sappari vuol dire insieme pulita, ordinata, leggera, irradiante onestà. Fin dagli ideogrammi iniziali "L'ultimo samurai" era teso a lanciare messaggi simili ma la telecamera ha evitato i tagli perfetti di sushi, di cui qui proponiamo un menu.


Vai al menu: Sushi

Il sushi: proposta di menu
A cura di Mikis Pensato

Gran parte della fama universale riscossa dalla cucina giapponese è probabilmente dovuta a questo piatto dalle infinite varianti e qualità.
Ciò non può essere un caso: dal punto di vista della preparazione come da quello della degustazione, il sushi sembra condensare tutte le caratteristiche di spicco della tradizione culinaria nipponica:

  • Obbliga alla scelta di ingredienti freschi e di stagione
  • Richiede tecniche preparatorie che alla destrezza pratica aggiungono l'estetica
  • Tende a proteggere i singoli sapori degli ingredienti usati pur in un'ottica difficilissima di armonia d'insieme
  • Richiede, per la prepparazione e per la degustazione, una sorta di concentrazione e atteggiamento mentale tranquillo
Per un occidentale il rapporto con il sushi non ammette mezze misure: o amore o odio. A voi la scelta.


Vai al menu: Sushi

Il miglior regalo possibile: un samurai il giorno di san Valentino
di Mikis Pensato

Cosa avrebbe scelto di regalare il giorno di San Valentino alla bellissima Taka (l'attrice Koyuki) il capitano Nathan Algren, splendidamente interpretato da Tom Cruise nel film di Edward Zwick "L'Ultimo Samurai"? Il miglior regalo possibile! Cosa gli avrebbe consigliato di regalare Katsumoto, l'imponente capo dei Samurai in rivolta, dopo essersi ritirato in meditazione nel tempio? Il miglior regalo possibile! Cosa avrebbe regalato un samurai per una ricorrenza della sua tradizione assimilabile a quella di San Valentino? Avrebbe cercato di fare il miglior regalo possibile.

la locandina del film "L'ultimo Samurai"
Attenzione, però: una frase del genere "…il miglior regalo possibile", in occidente, suona immediatamente come evidenza di una mania di perfezione; oppure come sfoggio spavaldo di potere che confluisce solitamente in un grosso acquisto (un collier, un anello stupendo). Nulla di tutto questo per un samurai. Per il semplice motivo che al samurai sarebbe mancata la dimensione infantile, di cui è pregna ormai la nostra cultura, dell'approvazione esterna. Fondamentalmente un collier è un prodotto fatto da altri (azienda produttrice), cui altri ancora (i media) conferiscono la valenza di "ottimo regalo per San Valentino". La dimensione spersonalizzante è evidente. Il centro del giudizio e della scelta è fuori da noi stessi: questa dimensione altra da sé non può che mancare il bersaglio, eludere l'obiettivo da noi posto in questo caso nel "miglior regalo possibile". Se stessimo parlando di gesti marziali l'evidenza dell'errore sarebbe tanto più lampante da materializzarsi in grosse ferite da katana (la sciabola), bernoccoli da Jo (il bastone da combattimento) o arti doloranti per le leve e proiezioni meschinamente subite. Un ipotetico maestro del bushido (la via della guerra) direbbe: "Non hai tenuto il punto! Non sei stato il centro del movimento! Non sei riuscito a far ruotare tutto quanto attorno alla tua hara (punto sotto l'ombelico)! Il punto è stato un altro! E anche tu hai cominciato a ruotare vorticosamente attorno a quel centro perdendo il controllo e l'equilibrio, mancando l'obiettivo e subendo i colpi".

Del resto anche l'espressione dell'italiano "essere fuori di sé" lambisce gli stessi orizzonti negativi di significato: chi guarda troppo gli altri si sporge esageratamente alla ringhiera del proprio io, finché maldestramente non la scavalca e precipita fuori di sé. In occidente, tuttavia, a questo punto, dopo esserci spersonalizzati nella continua tensione esterna, possiamo imboccare la scorciatoia di un compromesso: ci si può vendere alla società, facendosi sostituire dall'immagine che essa vuole di noi. Se si accetta la propria dimensione spersonalizzata si diviene un "ben inserito" nel contesto sociale: è il classico bravo ragazzo, un automa che fa quello che deve fare. La società lo riempie esteriormente e la spersonalizzazione è ben mimetizzata.
Se non si accetta tale dimensione acnoica , invece, e non si ha la forza di ricentrarsi attorno al proprio io, ecco che si impazzisce. La società è implacabile: se non accetti i suoi compromessi, voli ai margini. In verità in entrambi i casi si è fuori di sé: nel primo semplicemente si indossa una camicia di forza intangibile, ma efficace quanto la sua versione ben più materica che spesso si indossa sprofondando nel secondo caso. Ovvio che il samurai ripudia entrambe le tipologie del fuori di sé in nome della centralità del proprio io, unica fonte di equilibrio fisico e mentale. Quando nel film il capitano Nathan si esercita ancora maldestramente alla sciabola gli viene detto "troppa mente, troppa attenzione alla gente che guarda, troppa attenzione a quello che fai e paura di farlo male". Il capitano Nathan deve ricentrarsi per reagire alla propria inadeguatezza e ricominciare a imparare.

Allo stesso modo, dunque, il capitano Nathan dovrebbe ricentrarsi per fare il "miglior regalo possibile" alla propria amata il giorno di San Valentino. E - ahimè - quel regalo non è da noi prevedibile ora, in questo contesto. Non esiste nessuna regola - logica o statistica - per poter prevedere la scelta di un'anima libera, la manifestazione di un genuino soffio vitale. Quel regalo non ha senso se non diviene realtà, in nome di uno dei pilastri della filosofia zen : "nel mondo non c'è nulla di nascosto".
Il capitano Nathan, come indicato dal maestro Dogen (fondatore nel XIII secolo della scuola zen Soto), dovrebbe "rinunciare a ogni legame, mettere da parte ogni attività. Non pensare a ciò che è bene o è male, oppure tentare di giudicare ciò che è giusto o ingiusto. Non cercare di controllare le percezioni o la coscienza, né di rappresentare le proprie idee, sensazioni o punti di vista. Abbandonare perfino l'idea stessa di Buddha". Il capitano Nathan, se si attenesse a tali principi, non abbiamo dubbi che farebbe il "miglior regalo possibile". E non dobbiamo neanche credere che quel regalo avrebbe caratteristiche tali da non essere compreso. Quel regalo sarebbe lontanissimo dagli esiti di incomunicabilità delle ricerche interiori degli artisti/pensatori occidentali contemporanei. Quel regalo sarebbe compreso da tutti: oltre il velo di Maya, la realtà visibile della pura apparenza soggettiva e caduca, la realtà diviene oggettiva. Non sarebbe il "miglior regalo possibile" dal punto di vista soggettivo del capitano Nathan; sarebbe oggettivamente il "miglior regalo possibile" del capitano Nathan! Un regalo che, ripetiamo, nessuno può assolutamente prevedere, tantomeno sfiorare con l'immaginazione.

ara
Le ara, leggendarie pescatrici giapponesi, in cerca di abaloni

Proprio per questo ...

Il giorno 14 del mese di febbraio dell'anno 1870, il capitano Nathan Algren si soffermò con lo sguardo a seguire il profilo roccioso della costa incupita dal grigiore invernale del cielo e graffiata dai flutti sibilanti del mare. La sua attenzione fu infine catturata da una piccola barca, un peschereccio guidato da due uomini. A turno, due ama - pescatrici di alghe e frutti di mare, che l'occidente ha voluto invece credere cercatrici di perle -, impassibili al freddo alternavano tuffi immersioni e risalite sulla barca. Con agilità ineguagliabile e con l'unico obiettivo di riempire due grosse ceste di vimini.
"Cosa pescate?" - urlò Nathan.
"Noshi-awabi. Scendiamo anche a oltre 25 metri di profondità per trovarlo"


Noshi-awabi è il nome giapponese di un mollusco con una conchiglia che somiglia vagamente ad un orecchio. Per questo in Italia, oltre ai nomi colti di abalone o aliotide, è chiamato anche orecchio di mare, patella reale, orecchio di Venere e, in Sicilia, occhio di bue (occhiu di voi).
È diffuso in tutti i mari, compreso il Mediterraneo, e nelle sue molte varietà ha dimensioni che vanno da quelle di un piattino da frutta a quelle di una grossa zuppiera (da 10 a 50 cm di diametro circa). In Italia esiste, ma è comune solo sulla costa orientale della Sicilia, in tarda primavera e in estate.

"Lo hai mai assaggiato?" - chiese una delle due ama
" Non credo, sono straniero"
"Vieni a prenderne un po', allora. Tutti i samurai ne mangiano: la sua carne essiccata è incorruttibile, energetica: dà forza: simboleggiava la costanza e l'immortalita' dei sentimenti che devono albergare nell'animo del samurai".

Il giorno 14 del mese di febbraio dell'anno 1870, il capitano Nathan Algren regalò alla sua amata Taka delle striscioline di mollusco essiccato, superbamente annodate e legate insieme ad una forma di carta piegata somigliante ad una conchiglia. Gli occhi di lei si riempirono di lacrime. Il sole si tuffò in mare rosseggiando.

Non era il regalo di Nathan Algren per San Valentino.

Vai alle ricette:
Abalone al vapore (SAKA-MUSHI)
Abalone brasato


San Valentino e i valentini
di Peppe Ricci

san valentino
San Valentino
in un'antica raffigurazione
Il 14 febbraio, giorno di San Valentino, tante persone si scambiano fiori, biglietti, doni e promesse di amore eterno, ma perché succede tutto questo? Ci sarà una sola ragione che spieghi perché San Valentino è considerato da anni (ufficialmente da Santa Romana Chiesa dal 1618) il santo protettore degli innamorati? Oppure, come in tutte le leggende popolari e religiose, la versione primaria, originaria è stato fortemente e ripetutamente contaminata nel corso dei secoli dalla tradizione scritta e da quella orale?

Varie sono le leggende che raccontano il perché San Valentino sia diventato il protettore degli innamorati. Una sostiene che fu il primo cristiano a celebrare l'unione fra un legionario pagano ed una giovane cristiana, un'altra sostiene che si è guadagnato questo titolo celebrando matrimoni tra giovani per far si che gli uomini fossero esentati dai compiti militari.

affresco pompeiano
Altrettanto diverse sono le versioni che accreditano a San Valentino la tradizione dello scambio di auguri e di doni. La tradizione potrebbe essere nata dalla consuetudine del santo di regalare una rosa alle coppie che univa in matrimonio, oppure per ricordare il biglietto che il santo inviò alla figlia del suo carceriere, che aveva guarito dalla cecità, firmandosi "Tuo Valentino" (formula tuttora usata per i bigliettini del Valentine's day), o ancora per ricordare i messaggi di affetto e solidarietà che il santo ricevette durante la carcerazione.

Un versione meno romantica ma più scientifica, e certamente più attendibile, vuole che la festa di San Valentino sia una cristianizzazione di una rituale pagano: i Lupercalia. Scopo del rito pagano era la purificazione del popolo da maledizioni, sfortuna e infertilità e veniva celebrato il 15 febbraio. Tale rito si concludeva con la corsa dei due giovani uomini, nudi, che avevano presieduto al sacrificio per le vie della città;questi, agitando strisce di pelle di capra, frustavano, simbolicamente, le donne che volevano essere benedette, alcune delle quali per raggiungere un miglior risultato, si scoprivano dalla vesti. È
un antico valentino
facile pensare come la Chiesa, nel processo di evangelizzazione, abbia associato San Valentino, martirizzato in quel giorno, a questa usanza opportunamente moralizzata.

L'origine della tradizione di scambiarsi bigliettini è più difficile da spiegarsi, ma comunque rintracciabile. Durante il medioevo il culto di San Valentino si diffuse fino in Francia e in Inghilterra. I primi documenti che possono testimoniare questo costume risalgono alla fine del 1300 e ai primi anni del 1400. Geoffrey Chaucer in una sua opera, Parliament of Foules, del 1380 circa, scrive: on Seynt Valentines day, When every foul cometh there to chese [choose] his make [mate] Carlo d'Orleans, fatto prigioniero dagli inglesi nella battaglia di Azincourt (1415) e detenuto nella Torre di Londra mandò un biglietto con una poesia alla moglie. Il biglietto, forse mai recapitato, è conservato fra i manoscritti della British Library a Londra. Nel 1420 o 1421, sembra che re Enrico V d'Inghilterra abbia assunto uno scrittore, John Lydgate, per comporre un "valentino" per la sua promessa sposa Caterina di Valois. Nel 1600 anche William Shakespeare cita San Valentino per bocca di Ofelia nell'Amleto, come ben ci riferisce Guglielmo de Bardi. Nel XVII secolo nel Regno Unito iniziò la diffusione, fra amici ed innamorati di diverse classi sociali, dei biglietti manoscritti per San Valentino fino a diventare comune abitudine nel XVIII, secolo in cui si diffusero anche nelle colonie Americane. Nel XIX secolo troviamo i primi biglietti stampati che facilitando l'esprimere emozioni, in un tempo in cui le espressioni troppo dirette dei sentimenti erano scoraggiate, ed ebbero grande successo.
un antico valentino
Con l'avvento del cinema e della televisione questa tradizione, prevalentemente anglosassone, iniziò ad essere esportata nel resto mondo.

In Italia la festa di San Valentino viene, per così dire, istituzionalizzata durante gli anni '60 quando la Perugina promuove i suoi Baci con campagne pubblicitaria che lasciano veramente il segno non a caso tutt'oggi gli innamorati italiani non scambiano bigliettini, ma cioccolatini già corredati di frasi romantiche: i Baci.





"Strega" d'amore. Fatti e fasti della "strega" più dolce d'Italia (con un'intervista a Giuseppe D'Avino)
di Peppe Ricci

Streghe che preparano una pozione
Streghe che preparano
una pozione
stampa del XV sec

La città di Benevento viene ricordata soprattutto per una leggenda: essere stato luogo di ritrovo delle streghe e dei loro sabba. La leggenda risale al periodo del 700-800 d.c., quando Benevento era uno fiorente centro di cultura longobarda. I cavalieri longobardi erano soliti celebrare i loro riti in un bosco di noci nei pressi della città. Qui intrecciandosi in caroselli equestri correvano forsennatamente alla conquista di pelli di pecora appese ad un albero consacrato al dio Wothan. La conversione dei Longobardi al cattolicesimo trasformò, nella visione popolare, questi riti nei sabba delle streghe, chiare espressioni del demonio. Le streghe, quelle che volano su scope e animali, non sono mai esistite, né a Benevento né altrove, al contrario di inquisitori e terribili manuali come il Malleus Maleficarum per riconoscerle.

A Benevento dal 1860 un Strega, con la esse maiuscola, esiste e non servono manuali e studi particolari per poter dire: "Ti riconosco Strega!". Già, infatti è proprio a Benevento che la Strega Alberti s.p.a. ha sede e produce uno dei liquori più antichi e conosciuti del mondo: lo Strega, un distillato di erbe prodotto seguendo ricetta e procedura originali.

MenSA ha fatto visita agli stabilimenti e ha chiesto qualcosa in più sul liquore e sul premio letterario ad esso legato, fra i tre più importanti d'Italia, con il Premio Viareggio e il Campiello.

Chiunque può visitare gli stabilimenti contattando la Strega Alberti (www.strega.it), MenSA consiglia vivamente di fare questo interessante percorso perché, oltre ai processi per ottenere lo Strega, si potranno vedere e toccare le erbe e le spezie utilizzate, spezie che a volte si conoscono solo di nome come le lacrime di mirra (proprio quella dei Re Magi!). Non dimenticate di farvi mostrare i tentativi di imitazioni, se ne contano alcune centinaia e la Strega Alberti ne possiede una collezione.

Risponde alle nostre domande l'ingegner Giuseppe D'Avino, amministratore di Strega Alberti s.p.a.

MenSA: Il fondatore dell'Alberti, nel dare il nome 'Strega' al suo liquore, afferma un forte legame con la tradizione locale, che localizzava a Benevento l'albero sotto cui si riunivano le streghe di tutto il mondo. Quanto e come ha influito il fascino della magia e del mistero sul successo del liquore?

Strega: Si sa che Strega identifica Benevento e viceversa, il legame tra prodotto e territorio è sicuramente un connubio indovinato, e chiamare Strega il liquore è stata un'intuizione felice, ma quanto questa scelta abbia influito sul successo è difficile dirlo.
erbe
Sicuramente il nome Strega è evocativo, si ricorda bene, ed molto probabile che fu scelto per mantenere il più possibile il legame con il territorio, legame rinsaldato anche dal tipo di ingredienti utilizzati nella preparazione. Difatti il liquore Strega in un altro posto non si poteva fare, perché tra gli ingredienti ci sono erbe tipiche del Sannio introvabili in altre regioni.

MenSA: La ricetta è segreta, ma è noto che vengono distillate più di 50 erbe provenienti da tutto il mondo. C'è qualcosa che ci può dire in più sul procedimento e la realizzazione del liquore?

Strega: La ricetta segreta, naturalmente, non la posso svelare, posso però dirvi qualcosa su come si produce lo Strega e su come manteniamo il segreto della ricetta.

Il liquore Strega è un liquore che nasce dalla distillazione di un infuso di erbe. Le erbe utilizzate sono di tre tipi: erbe tipicamente sannitiche come la menta selvatica; erbe mediterranee come la lavanda, il ginepro, la corteccia di arancio; spezie esotiche orientali come la cannella dello Sri Lanka, il pepe di Jamaica, i chiodi di garofano. Le fasi di produzione sono le seguenti:
infusione: le erbe vengono infuse in alcol di grano, un alcol neutro che interferisce con il carattere del liquore.
distillazione: si estraggono i principi aromatici delle erbe, questo processo è differenziato per tipologie di erbe, si utilizzano alambicchi differenti per caratterizzare il prodotto e conferire la giusta personalità organolettica .
blending: gli alcolati, di circa 80°, prodotti dalle distillazioni vengono mescolati e abbassati di gradazione mediante l'aggiunta di uno sciroppo di zucchero. In questa fase è aggiunta anche la tintura di zafferano che conferisce il tipico colore giallo.
invecchiamento: il liquore viene posto in botti di quercia dove resterà ad invecchiare prima di essere imbottigliato.

Veniamo al come si è mantenuto il segreto della ricetta; per certi versi è una cassettiera che ha 'conservato' il segreto. Esiste infatti una cassettiera dell'800 con settanta cassetti numerati dove venivano conservate le erbe, ad ogni numero corrisponde un'erba o una delle spezie. Al momento della pesatura, effettuata mediante una bilancia a due piatti, ogni erba veniva confrontata con uno un peso, detto cieco, avente lo stesso numero del cassetto da dove l'erba veniva prelevata. Il peso cieco è un oggetto il cui peso reale è sconosciuto, questo piccolo stratagemma ha permesso di mantenere il segreto della ricetta.

MenSA: In una pubblicità degli anni 60 Sylva Koscina affermava che "Il primo sorso affascina, il secondo Strega". È vero che il liquore Strega è un filtro d'amore? É per questo che Silvio Soldini fa bere il vostro liquore nel suo film "Pane e tulipani"?

Strega: Il liquore Strega non è un filtro d'amore, è affascinante pensarlo, credere sia il filtro magico, preparato dalle streghe, e che aveva l'effetto di legare per sempre le coppie che lo bevevano, in realtà è frutto dell'ingegno di Giuseppe Alberti, fondatore dell'azienda, e dell'esperienza di suo padre speziale.

Dopo l'uscita del film "Pane e tulipani" abbiamo contattato l'autore per chiedergli perché avesse scelto Strega, non eravamo stati interpellati prima e la sua scelta ci aveva molto compiaciuti, anche perché nel film si vede varie volte la bottiglia dello Strega.
Una scena del film Pane e tulipani
Bruno Ganz e la bottiglia di Strega
in una scena del film 'Pane e tulipani'
Soldini ci ha riferito che la sua scelta è stata dettata dalla volontà di caratterizzare il protagonista maschile in maniera tale da renderlo unico, in modo che si distinguesse fortemente dagli altri personaggi, il protagonista doveva essere originale, misterioso, gentile e legato alle tradizioni. Infatti Fernando, interpretato da Bruno Ganz, è uno strano signore di origini islandesi, cameriere, cultore della poesia (in particolare dell'Orlando Furioso) apparentemente pragmatico, freddo e formale e in realtà profondamente commosso e partecipe, che si esprime in un italiano aulico, e che lascia biglietti romantici. Lo Strega ha aiutato Soldini in questa operazione, egli infatti ci ha riferito di aver scelto il nostro liquore perché tradizionale, ma non convenzionale, un liquore diffuso, di facile reperibilità, ma non inflazionato come un qualsiasi correttore da caffè, un liquore con un suo carattere e una sua storia.

MenSA: Il liquore Strega è stato celebrato in diversi film di successo, ma anche le campagne promozionali, sempre sobrie e discrete, hanno lasciato il segno, gli spot radio degli anni 30, i caroselli televisivi e i manifesti pubblicitari. Ci vuole dire qualcosa a riguardo?

Strega: Da sempre gli Alberti sono stati lungimiranti, basti pensare che, anche se all'inizio della loro attività, dopo la sede di Benevento aprirono una sede a Milano perché era lì il centro del commercio. Gli Alberti sono stati sempre all'avanguardia anche dal punto di vista marketing e promozione, Strega è stata tra i primi a realizzare la cartellonistica pubblicitaria ricorrendo a bozzettisti tra i più affermati come Dudovich, Depero e altri che hanno realizzando pubblicità di alto valore artistico. I primi spot radiofonici annoveravano il liquore Strega così come il primo Carosello, pietra miliare nella storia della pubblicità, e molti ricordano ancora Sylva Koscina che affermava: "Il primo sorso affascina, il secondo Strega". Oggi siamo presenti sul mercato pubblicitario, anche se con una visibilità minore a causa della massiccia presenza di prodotti pubblicizzati, ma sempre con lo stesso spirito, l'attività di marketing resta di centrale importanza per noi.



Le tre donne dei manifesti Strega
Le tre donne dei manifesti Strega


MenSA: Da quasi sessanta anni il nome Strega è associato al più importante premio letterario italiano. Un'azienda, per di più del Sud, che decide di patrocinare un'operazione letteraria di tale rinomanza, se non è unica, è perlomeno molto rara nel nostro Paese, soprattutto se pensiamo all'epoca della nascita dello Strega. Ce ne illustra brevemente le ragioni?

Strega: Il Premio Strega, come avete giustamente sottolineato, è stata un'iniziativa molto originale, specialmente in quegli anni e per un'azienda piccola che non era la FIAT. La storia è questa: c'era un gruppo di amici che si chiamavano Amici della domenica, che si era formato nell'immediato dopoguerra e che era solito incontrarsi la domenica a casa della scrittrice Maria Bellonci per prendere il tè e parlare di arte e letteratura. Parlando di cosa si potesse fare per rilanciare la cultura negli anni del dopoguerra, quando c'era tanta voglia di fare per reagire a tanti anni di situazioni terribili, pensarono di istituire un premio letterario. Guido Alberti, amministratore della Strega Alberti di allora, propose di fare da sponsor, sponsor, però, non nel senso di mero finanziatore, magari col fine di potersi identificare in un'istituzione e non in un'azienda, come spesso succede oggi, ma come uno degli ideatori e organizzatore del premio. Il tempo ha dato ragione a Guido Alberti perché il Premio Strega è diventato la manifestazione più importante nel suo genere anche se ogni anno è chiacchierato e criticato, ha una eco notevole, basti pensare che il libro della Mazzantini (vincitrice dell'edizione 2002) ha venduto un milione di copie che per il mercato italiano è moltissimo. E non a caso tra i partecipanti e vincitori troviamo i nomi di chi ha fatto la storia della letteratura italiana, Pisolini, Pavese, Eco etc.

Melania G. Mazzucco
Melania G. Mazzucco
vincitrice dell'edizione 2003
Il Premio Strega è un contributo che l'azienda ha dato al panorama della cultura italiana, ma che rientra nel modus operandi della stessa azienda. Un po' di tempo fa, invitato alla presentazione di un libro sugli Alberti, riflettevo su una teoria che veniva presentata dall'autore. La teoria era questa: tutti gli Alberti sono più 'scetati', più svegli degli altri, per questo hanno successo. Personalmente non credo in questa teoria, non esiste una ragione genetica o razziale per il successo degli Alberti. La spiegazione, secondo me, è un'altra, Giuseppe Alberti, il capostipite della famiglia, e i suoi quattro figli (i germani Alberti), avevano sì un marcia in più, ma ciò che ha garantito loro il successo è quello che riuscirono a trasmettere alla loro progenie, il modo di pensare e il modo di essere, testimoniato anche dall'esempio quotidiano della loro esistenza. In questo senso, la filosofia di voler fare le cose con cura e per bene, si è tradotto in serietà sul piano professionale, commerciale e industriale, e certe iniziative nascono e riescono proprio perché in questi ambienti c'è una certa mentalità altrimenti non nascerebbero.

MenSA: Gli Alberti quindi fanno parte di un'imprenditoria 'illuminata' che non ha come unico fine il guadagno?

Strega: Sì, di un'imprenditoria di un certo tipo, allargata, per esempio qui si è sempre fatta molto attenzione ai problemi del personale. Quando ancora non c'era la cassa mutua l'azienda provvedeva a pagare le malattie e i funerali ai dipendenti che avevano problemi economici, a volte con prestiti; si è sempre fatto un ragionamento, se volete nel nostro piccolo, alla Olivetti.

MenSA: MenSA magazine si occupa di cultura e gastronomia. Ci suggerisce una ricetta, magari magica, possibilmente afrodisiaca, da proporre hai nostri lettori?

Strega: Il nostro slogan dice "Strega distillato di erbe e di magia", ma avrete capito che non c'è nulla di magico nella produzione dello Strega, per quanto riguarda gli effetti afrodisiaci non è escluso che il creatore del liquore, figlio di uno speziale, abbia utilizzato erbe come l'assenzio pontico e l'assenzio gentile con questo fine. Comunque, per sedurre forse è bene seguire il consiglio di Manuel Vasquez Montalbàn che asseriva che nessuno riesce a sedurre offrendo da mangiare, ma molti seducono spiegando quello che si sta mangiando. Proponendo anche solo uno dei piatti del nostro menu, preparati con lo Strega, avrete sicuramente molti argomenti per conquistare qualcuno.


Il Dotto Zivago e le ondivaghe essenze dei sentimenti e dei gusti
di Gigliola Fuiano

zivago

La tresca amorosa tra Lara e Komarovski incomincia in un elegantissimo ristorante della via Petrowski a Mosca. Lara naturalmente è la protagonista del "Dottor Zivago", una delle più belle storie d'amore mai raccontate sugli schermi. Il film del 1966 è di David Lean ed è tratto dall'omonimo romanzo di Boris Pasternak che valse al suo autore il premio Nobel per la letteratura.
Chi è Komaroski? Victor Ippolitowski Komarovski è un influente avvocato ma anche un viveur moralmente ambiguo che era stato amico del defunto marito della madre di Lara . E' l'amante di questa elegante vedova , una sarta di alto livello che confeziona abiti per le signore della Mosca bene.
La madre di Lara ha una leggera indisposizione, pertanto alla cena Komarovski porta con sé Lara.
Lara, l'attrice Julie Christie, è bellissima, ha un elegante ma discreto abito cucitole da sua madre, gli splendidi capelli biondi, raccolti. Komarovski la presenta come sua nipote. I due entrano nella grande sala del ristorante affollata dalla nobiltà russa, si accomodano. Komarovski studia il ricchissimo menù, Lara, che per la prima volta è entrata in un posto simile, si nasconde timidamente dietro alla carta.
La scelta cade sulla cucina francese; l'avvocato chiede il "Foie de veau Gascogne" con poca senape e " sua nipote": "Jambon farci encroute"; da bere: un vino leggero del Reno. Durante la cena si sentono i rumori provenienti dalla strada di una manifestazione pacifica di lavoratori: nella grande sala del ristorante si fa un profondo silenzio e si percepisce molta preoccupazione, ma basta un ironico brindisi di Komarovski in onore dei manifestanti che il buon umore ritorna. Lara e Komarovski ballano insieme. Con quella cena nella via Petrowski inizia il gioco della seduzione di Lara e ben presto i due neo-amanti continueranno ad incontrarsi in un elegantissimo boudoir.
Quella sera, a prendere parte alla manifestazione c'era anche il fidanzato di Lara: Pavel Antipov, che è viene ferito sul viso da una sciabolata dei dragoni dello zar. Antipov: "Mentre uomini e donne pacifici venivano massacrati, i porci ricchi nella strada Petrowski banchettavano".
La madre di Lara è venuta a conoscenza della tresca fra sua figlia e Komarovski ed ha tentato di suicidarsi . Dopo poco Lara pone fine alla storia con l'avvocato gaudente e vuole andare a vivere in campagna col suo fidanzato Pavel. Lara e i due uomini si incontrano in una trattoria nel centro di Mosca. Sulla scena , in primo piano, c'è Komarovski che prima di bere il liquore casalingo che gli viene servito, pulisce l'orlo del bicchiere con un fazzoletto. Sicuramente non apprezza questo locale, che è molto semplice nonostante sembri pulito e le tovaglie bianche.
Sullo sfondo, gli altri clienti mangiano la loro zuppa. Le zuppa più frequente a Mosca era ed è ancora il Borschtsch. Un proverbio dice: " Quando un russo sputa nel Borschtsch è sempre un Borschtsch, quando uno straniero ci sputa, la zuppa è rovinata". E' la zuppa "nazionale" originaria dell' Ucraina; quasi ogni casalinga possiede una propria ricetta. Come spesso accade, la vita si dipana tra sentimenti contrastanti, tra spazi conflittuali e tra convivialità e pietanze diverse: amore odio disperazione vendetta gioia dolce salato ricco bollente pepato amaro ribelle ribolle insipido fresco delicato rinato…


LE RICETTE:
Jambon farci encroute - Prosciutto in crosta
Foie de veau Gascogne Fegato di vitello alla moda della Guascogna
Borschtsch di Mosca


L/ode a San Valentino
di Roberto Linzalone

San Valentino due cuori un destino

Non volano maiali
sui cieli senza uguali
nel giorno dell'amore
puttini valentini
con le tue guance spiri
sul volto del mio amore
non frasi ma parole
che nascono dal mare
sillabe di onde
ti baciano le labbra
amore sena pari
al vento i denari
al diavolo le guerre
di fiori mille serre
le sinfonie del cuore
che attende ogni donna
la sera che madonna
sul balcone sospira
un nome una canzone
passeggerò sul corpo tuo.
Per sognare.
Sarai il mio lungomare
voleranno volatili leggeri
sul golfo dello scoglio
saranno il nostro orgoglio
il nome del mistero
dai monti sullo sfondo
con guance dell'arancio
il sole grande appare
tu resterai il mio sogno
la donna da cercare
ti cingerò la sciarpa
di nubi attorno al corpo
e poi ti abbraccerò
nel tenero mattino
sarai l'amore eterno
il volto del destino


Tre piccole odi all'amore alimentare

non voglio più mangiare
mi nutro del mio sogno
la donna mia da amare
*
la lingua sul tuo seno
tu crema mia d'amore
la luna al sole cede
leggera e cauta il piede
la vita è uno strazio
io voglio solo te
del seno tuo mi sazio
*
sui tetti i gatti mordono
la carne del maiale
io succhio la tua pelle
mi sembra di volare



Leggere, smangiucchiare e…
Snack, letture e passatempi dei due più famosi amanti della Divina Commedia

di Guido Mascagni

Possiamo immaginarceli Paolo e Francesca al momento del fatto, una nutrita serie di illustrazioni è come se ce li avessimo davanti agli occhi, quei due: moro lui, bionda lei (o viceversa), sdravaccati sul divano e avviluppati un un bacio caliente davanti al libro galeotto, dietro la tenda il geloso e schiumante Gianciotto già pronto con la spada in mano e i fumini di rabbia dalle orecchie. Ma sarà andata davvero così? Beh, secondo Francesca…

"Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante".
(Inf. V, 127-138)

paolofrancesca
L'interpretazione è evidente. I due cognati (lui un Malatesta, lei una Da Polenta, fra le più belle donne di Ravenna, pare) stanno leggendo un best seller dell'epoca, un romanzo in alto francese, quel Lancelot du Lac che, apparso attorno al primo quarto del Duecento, diventa subito una specie di Bibbia degli amanti quando improvvisamente la vicenda esce dal libro e diventa realtà: mentre sulla pagina Lancillotto bacia la sorridente Ginevra davanti agli occhi compiacenti di Sir Galahad (il nobiluomo che li ha fatti incontrare e che, nelle parole di Francesca, diventa il Galeotto che dà l'appellativo ruffianesco al libro) sul canapé romagnolo Paolo afferra focosamente Francesca e fa l'eguale. Due adulteri speculari e sincronici, due paia di corna metaletterarie con, nel ruolo di cocu magnifique, da una parte l'ignaro Artù e dall'altra Gianciotto. Che però - almeno nell'iconografia più conosciuta, appunto - sbircia.

E qui, proprio per questo e nonostante il testo, eccoci nell'immaginario più truce. Niente conferma infatti la versione nazional-popolar-oleografica secondo cui è in quell'istante che Giovanni lo Zoppo (tale il significato del soprannome del marito di Francesca, come molti dei Malatesta affetti da malasorte genetica) salta fuori da dietro la tenda e - zàc! - via, te li infilza entrambi. Anzi, se c'è qualcuno ad infilzare qualcun altro questi non è certo il marito. Come afferma la stessa Francesca infatti ecco il libro scivolare a terra, rimanere lì, aperto e non letto per l'intera giornata mentre i due amanti…
Eh, altro che omicidio, burdèl! Nel suo commento alla Commedia quel vecchio marpione del Boccaccio (che a queste cose è attentissimo e sottotitola anch'esso il Decameron "principe Galeotto") interpreta subito pecoreccio: "Assai acconciamente mostra di volere che, senza dirlo essa, i lettor comprendano quello che dell'essere stata baciata da Paolo seguitasse". E sarà anche così, ma certo è un po' riduttivo. Con le sue parole infatti Francesca (che non è un'eroina del Decameron, non è l'Alibech né la moglie di messer Riccardo da Chinzica nè tantomeno una Peronella qualsiasi) intende semplicemente accennare al nuovo rapporto che da quel giorno in avanti si instaura fra i due, non più solo cognati ma, appunto, amanti. Tutto il resto dunque all'immaginazione del lettore, omicidio compreso.

In ogni caso che la tresca vada avanti è chiaro, ma chi volesse saperne di più rifacendosi a dati storici rimarrebbe deluso. Vista la delicatezza dell'affaire le due famiglie insabbiano quanto è possibile e tutto ciò che rimane è fumoso e poco attendibile: a cominciare dalla data della vicenda, che alcuni collocano dopo complicate congetture tra il 1283 e il 1285, al luogo del delitto (Gradara? Verucchio? Sant'Arcangelo? Pesaro? Rimini?), all'età delle vittime e perfino - udite! udite! - all'ipotesi che ad essere uccisa sia stata la sola Francesca mentre Paolo la scampa. Congetture però, appunto. Come quelle che, ancora una volta dando retta all'iconografia consueta, possiamo fare sugli attimi che precedettero quello fatale, libro aperto davanti a sé, occhi negli occhi e in mano, invece della mano dell'amante, un piatto con dentro…

Già, cosa? Forse qualche snack dell'epoca, qualche spezia candita, zenzero forse, i cosiddetti "confetti". O magari frutta secca, uva, datteri o prugne, un po' di cotognata nel "tondo di Faenza" decorato con l'immagine della Giulia Bella che così tanto somigliava a Francesca, alla Ginevra che aveva negli occhi della mente Paolo. Forse qualche specialità esotica derivata dal ricettario del celebre Maestro Martino, lo chef più popolare del Medioevo; o il nucato, una specie di croccante nella cui formula entravano miele, noci, nocciole e mandorle, varie spezie come la cannella, chiodi di garofano e pepe. O magari, ancora, una semplice ma deliziosa ciotola di riso al latte di mandorle accanto a un paio di boccali di ippocrasso, una miscela di vino rosso o succo d'uva, in genere Trebbiano o Malvasia, mischiato a miele, zenzero, cannella, chiodi di garofano, galanga e, per alcuni, anche pezzetti di scorza d'arancia.

Spezie dunque, soprattutto: la grande passione del Medioevo a tavola in una serie di delizie pruriginose e perciò sicuramente adatte a cotanti amanti, a tali vittime della fenomenologia così mirabilmente sommarizzata in quelle tre stupefacenti terzine inizianti tutte con la parola "Amor", alle prede di una passione così potentemente descritta in quella "bufera infernal che mai non resta", in quelle parole strazianti di Francesca, in quel "piacer sì forte".

Sarebbe andata così bene in quel modo, diobòno! E invece veh, quel patàca di Gianciotto…


Amore e non amore: pasticcio alla Battisti. Assaggi dall'album più "afrodisiaco" della premiata ditta Battisti-Mogol
di Ludovico Pensato

Nel panorama della musica leggera italiana l'argomento cibo non sembra occupare una posizione di rilievo, se si eccettua la musica d'autore napoletana che è ricca, e a ragione, di odi a pizza e caffè, che accomunano napoletani veraci (o quasi) come Carosone, Modugno, Di Capri, Daniele, ecc. a "napoletani" occasionali e per affezione, quali Gaber, Conte, Vecchioni, De Andrè.

E' pur tuttavia vero che può capitare di imbattersi, anche fuori dal contesto napoletano, in riferimenti di tipo gastronomico. Molto raramente però tali riferimenti assumono un ruolo centrale, o hanno, all'interno dei brani, un'importanza più che marginale dal punto di vista semantico - concettuale.

Battezzeremo questo particolare sottogenere "gastro-musica", senza pretesa di scientificità (Dio ce ne scampi!), e lontani da ogni riferimento a eventuali disagi intestinali dovuti all'ascolto. Al suo interno, come in una sorta di matrioska della categorizzazione, individuiamo il sotto-sottogenere della musica erotico-gastronomica, ed eccoci finalmente al punto.

Istituita ad hoc una simile categoria, ci serve ora un esponente di rilievo che ne esprima caratteri e struttura nella maniera più compiuta. Il pensiero, dopo una breve, anzi brevissima riflessione, ci porta ad assegnare un ruolo di spicco ad uno dei più grandi cantautori del secolo scorso: "Battisti+Mogol", intendendoli, con il vostro permesso, negli anni della loro collaborazione, come un'unica entità musicale. Fatte le debite proporzioni, potremmo dire che, come nel cinema Kubric ha sperimentato con successo (sempre di pubblico e quasi sempre di critica) tutti i generi (con qualche eccezione: il western, il musical…), così la "premiata ditta" Battisti-Mogol ha fatto centro anche quando ha sperimentato il tema, inedito e insidioso, musica-cibo-sesso. Stiamo parlando, per chi non lo avesse già capito, dell'album "Amore e non amore", del 1971 e, in particolare, come si vedrà più avanti, di Dio mio no.

L'album, del 1971, il terzo e ultimo ufficialmente inciso per Ricordi, il primo composto di brani tutti inediti è stato già più volte oggetto di analisi approfondite, in toni spesso discordanti sul piano del giudizio critico, ma concordanti su quello della carica "rivoluzionaria" di testi e musica.
Dividendo i recensori in "perplessi" ed "entusiasti", potremmo partire, ad esempio, dal "perplesso" Enzo Caffarelli
(http://digilander.libero.it/ciao.2001/mat_a_battisti_amore_e_non_amore.htm), che pure non può negare quanto di nuovo ci sia in questo album: "il nuovo c'è, sia che l'autore abbia volontariamente cercato di allontanarsi dal repertorio quotidiano nel timore di rimanere chiuso in un particolare cliché e di inaridire conseguentemente la propria vena creativa; sia che Battisti abbia voluto tentare nuove strade per il semplice scopo di mostrare una più vasta preparazione artistica ed una rinnovata capacità inventiva."

L'album contiene, come è noto, otto brani, tutti assolutamente inediti, di cui quattro, completamente strumentali, dal titolo chilometrico. In uno di tali titoli già compare il primo lemma gastronomico: "Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania." Ma non è dei brani strumentali che questo articolo vuole e può occuparsi.

fred
Quello che accorda perfettamente l'album all'oggetto del nostro interesse è il riferimento, non marginale, non casuale, agli aspetti gastronomici della vita quotidiana in tutti gli altri pezzi del disco. Scrive Caffarelli: "Tema consueto ne è l'amore: e dell'amore Mogol e Battisti, proseguendo nel loro tentativo di concretizzare nel mondo della canzone il volto di un certo tipo di realtà quotidiana, continuano a cantare gli aspetti negativi, le situazioni torbide ed infelici, comportamenti paradossali rispetto all'amore scontato ed irreale del canzonettismo quotidiano… Con "Amore e non amore" la tendenza al realismo, alla crudezza viene esasperata in un compiacimento che sconfina e si confonde con la volgarità". D'accordo sulla crudezza e il realismo, per niente sulla volgarità. Se ne riparlerà più avanti, a proposito (ohibò!) della censura che colpì il più bello dei brani dell'album, Dio mio no.

Si coglie più nel segno se si avvalora l'opinione espressa da un anonimo recensore che, in un archivio di recensioni su internet, scrive, di Amore e non amore: "all'epoca fu un disco semplicemente straordinario in quanto presenta brani i cui testi riportano allusioni a sfondo sessuale e doppi sensi" (http://www.pomeziaweb.it/Musicafolder/archiviorecensioni.html). Accenniamo soltanto alle allusioni degli altri brani, per spendere qualche parola in più, in conclusione, sul pezzo più importante e…tartassato, Dio mio no. Scatolette colorate, carni rosa congelate, frutta e soprattutto banane, sono cagione della fine di un amore tra "lui" e "lei", commessa in un Supermarket (brano 7). In Se la mia pelle vuoi (brano 5), è il rifiuto di lei a uscire di casa (luogo prediletto per le ragioni che potete indovinare), nemmeno per andare al ristorante (è il colmo), che mette a repentaglio il rapporto e la "pelle" stessa del "lui" oggetto degli "appetiti" non gastronomici di lei.

In Una (brano 3) a mandare in bestia "lui" è l'aria svagata, distratta, annoiata, indifferente, di lei, che, né bella né intelligente, vive solo per ballare e, soprattutto, a dispetto di chi le apre il cuore e l'accontenta in ogni cosa, come credete che reagisca? Fa finta di ascoltare, si guarda in giro e vuole qualcosa da mangiare. Se in questi brani i riferimenti gastronomici sono sì importanti, ma non sono il plot "narrativo"dei pezzi (anche se in Supermarket, la situazione è ben più che solamente ambigua e allusiva), Dio mio no è un brano interamente e compiutamente emblematico di quel sottogenere che abbiamo definito all'inizio canzone erotico-gastronomica. La preparazione e l'attesa dell'evento gastronomico che dovrà preludere a un altro genere di evento (la presenza, nel menu, di una bella bistecca corroborante, dell'afrodisiaco caviale e di un euforizzante vino ghiacciato non lasciano adito a dubbi) assumono toni parossistici e, se crediamo a Caffarelli, lessicalmente ambigui (l'ossessivo dubbio "verrà o non verrà" e relative variazioni sul tema).

Lo sviluppo del racconto è, una volta tanto, lineare e "a lieto fine". Dopo aver mangiato di gusto, lei, senza esitazioni, chiede delucidazioni circa l'ubicazione della camera da letto, donde riappare "in pigiama" e, inesorabilmente, si avvicina a lui, sempre di più e con intenzioni sempre più palesi, a giudicare dall'inequivocabile pseudo-domanda (retorica) che lui (felicemente incredulo) le pone, chiudendo il brano e aprendo le porte alla…censura: "Dio mio no. Dio mio no, cosa fai, che cosa fai."

Scatta la censura Rai. Per molto tempo (anni, non sappiamo dirvi quanti) la canzone è bandita dalla Rai-Tv. Riteniamo abbastanza ozioso, oggi, rievocare le ipotesi varie avanzate circa i motivi della censura: il titolo (si giudicò irriverente dare del no a Dio?), la frase finale, che invoca Dio per scongiurare falsamente un evento (sessuale) ossessivamente desiderato, la storia, che descrive un appuntamento "galante" tra un tipo apprensivo e una donna assatanata (e l'iniziativa femminile, si sa, dava fastidio), il verso "la sento, mi chiama, la vedo in pigiama".

Tutto è possibile, si sa, in presenza della spiccata sensibilità maliziosa dei censori. Quel che è certo è che, al di là dell'audacia, musicale, testuale, narrativa, psicologica, del brano, anche la censura contribuisce a fare di Dio mio no uno dei pezzi più interessanti e "rivoluzionari" della produzione Battisti-Mogol. E', tra parentesi, significativo che il cantautorato italiano sia stato colpito proprio nel momento in cui vennero evocati e sapientemente mescolati due vizi capitali: gola e lussuria, gli stessi che, lungi da noi ogni tentazione di blasfemia letteraria, ispirarono al "sommo poeta" due fra i canti forse più belli e più intensi della "Commedia", il decimo (Paolo e Francesca) e il trentatreesimo (il conte Ugolino) dell'Inferno.

E, in quanto alla censura, se ci si può legittimamente chiedere perché non siano state censurate (salvo smentite da chi ne sapesse più di noi) altre canzoni di Battisti (ad esempio l'"immorale" inno all'harem libertino e dongiovannesco di Dieci ragazze), non si può non rimarcare l'arditezza della coppia Battisti-Mogol, se ricordiamo, brevissimamente, due pezzi di grande successo che, negli stessi anni di Dio mio no, coniugavano, gradevolmente e impeccabilmente (nel senso letterale, morale, del termine), i temi dell'amore e dell'enogastronomia: la piacevole e frizzante parodia dixieland di Fred Bongusto, Spaghetti a Detroit (1969) e la malinconica ballad sentimentale di Peppino Di Capri, Champagne (1973). Ovvero, due aperitivi analcolici a cospetto di un long drink (7 minuti e 25 secondi di Dio mio no) ad alta gradazione.