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La carica dei 201
I Christmas pudding della Regina Vittoria
di Mikis Pensato
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la Regina Vittoria
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| Spesso parlare di cucina inglese fa trasalire. È immediata l'associazione tra cucina inglese e spaghetti o carne con la marmellata; e i ragazzi che sono stati in vacanza studio "in famiglia" confermerebbero: "Marmellata, vi dico! Io ho mangiato marmellata!"
Sentir parlare di inglesi che cucinano conduce molti alla giustificazione paradossale che in un universo infinito tutto ciò che può accadere deve accadere per forza in qualche posto.
Certo, è vero: la cucina inglese è forse tra le meno apprezzate. Tuttavia questo non vuol dire che non vi si possano trovare delle eccellenti pietanze, perfino tradizionali (l'apertura alle cucine straniere fin dall'epoca coloniale non ha certo protetto la tradizione). Proprio quella marmellata di cui sopra altro non è che l'ingrediente principale dell'ottimo glazed ham: prosciutto bollito per ore e ore in un courtbouillon, infine glassato con senape e marmellata d'arance. Un piatto eccellente, che trova la sua essenza nel contrasto fra la sapidità del prosciutto di maiale e la dolcezza della croccante glassa.
C'è dell'altro: gli inglesi sono insuperabili per i puddings (budini), i pies (torte dolci o salate ripiene). Lo scottish salmon e il formaggio stilton hanno una qualità davvero indiscutibile.
Saremmo più corretti, dunque, se dicessimo che la buona cucina inglese è difficile da reperire, circondata dalla duplice invasione delle cucine straniere e - ahia! - dei fast-food: o abbiamo la fortuna di conoscere un cuoco inglese oppure bisogna bussare al celeberrimo quanto costosissimo "Connaught", dove legioni di camerieri in livrea servono pietanze di altissimo livello.
A Natale, gli inglesi hanno nel Christmas pudding il dolce tradizionale per eccellenza. Ogni anno, è certo, 40 milioni di persone termineranno il loro pranzo natalizio con il Christmas pudding.
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il Christmas Pudding
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Originariamente il Christmas pudding doveva essere qualcosa di parecchio diverso. Almeno secondo il principale produttore della pietanza, Matthew Walker, l'archetipo gastronomico sarebbe da ritrovarsi nel "frumenty", un bollito di montone e manzo al vino condito di prugne e uvetta, documentato fin dal XIV secolo. Sembrerebbe venisse inteso come piatto del digiuno, il che ci fa pensare che il concetto di digiuno doveva essere alquanto diverso dal nostro. Probabilmente era più vicino al digiuno di tante altre pietanze e quindi andava bene.
Dopo che il "frumenty" ricevette alcune modifiche alla ricetta (aggiunta di uova, altra frutta secca, birra e alcool) e cominciava ad essere sentito come vero e proprio dolce natalizio, arrivarono i puritani, nel XVII secolo, che ovviamente lo bandirono: "Intruglio di ingredienti inappropriati a persone timorose di Dio"!
Per fortuna arrivò Giorgio I che, sbaragliando le ultime opposizioni dei Quaccheri, gli riconcesse onore durante le festività natalizie. E cominciò la gloria di questa pietanza.
Come ci raccontano Mariangela Vicini e Mariangela Rinaldi, nel loro La storia è servita ... (Milano, Golosia & c.", 1996), dalle cucine della Regina Vittoria, nel corso dei 64 anni del suo lungo regno, uscirono ben 12.864 Christmas pudding.
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Making the Christmas Pudding - Illustrated London News - Christmas, 1848
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Ogni anno, infatti, se ne preparavano 201: duecento come dono di Sua Maestà Britannica a capi di stato, regnanti e amici in giro per il mondo. E uno, ovviamente, restava troneggiante sulla tavola reale, incoronato di brandy infuocato e decorato da un benaugurate rametto di agrifoglio. Non si può certo dire che non facesse la sua più che dignitosa figura, seppure su quella tavola venivano sistemati lo storione del Volga, dono dello Zar, un pasticcio di fois gras, omaggio di Napoleone III e i calici di Tokaj ungherese inviati da Francesco Giuseppe per il brindisi.
Chiaramente la Regina, che in virtù della sua naturalezza, fece diventare le sue consuetudini quelle di tutto il Regno (a lei si deve anche l'usanza del tè alle 5 del pomeriggio con le torte e i biscottini "Vittoria"), fu emulata da tutti gli inglesi nel pudding natalizio.
Ma oltre alle feste e alla loro sontuosità, la Regina Vittoria, che a 12 anni aveva detto di voler essere buona, non dimenticò mai tale promessa: tra le pagine ingiallite del suo cuoco di origine italiana, Charles Elmé Francatelli, troviamo anche la ricetta del "substantial good soup" da distribuire ai poveri di Londra.
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Da: Mariangela Rinaldi-Mariangela Vicini. La storia è servita. Vizi e virtù nel piatto dei grandi della storia. Milano, Golosia & c., 1996
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Pasta e fagioli: semplici epifanie taumaturgiche in Casa Cupiello
di Gigliola Fuiano
È la mattina del 23 dicembre. Sono le nove ed il primo profumo che si sente in casa è quello del caffè.
Concetta Cupiello sveglia con una tazza di caffè suo marito Luca, un animo puro, poetico ma poco incline a comprendere e a partecipare dei problemi familiari. Ne beve un sorso e lo sputa, commentando che sua moglie sa fare tante cose, fa una frittata "c' 'a cipolla" che come la fa lei non la sa fare nessuno... ma il caffè "non è cosa per lei"."È nu poco lasco ma è tutto cafè". "Ma perché vuoi dare la colpa al caffè, che in questa tazza non c'è mai stato?". E Luca comincia a fare il presepio.
Concetta sveglia Tommasino, detto Nennillo, il figlio dal temperamento nervoso e infantile che ha la mania di rubare, portandogli "a zuppa 'e latte" a letto.
Alla fine del primo atto compaiono sulla scena anche Ninuccia, l'altra figlia dei Cupiello, e Nicolino, un ricco fabbricante di bottoni e oggetti d'osso, che la ragazza ha sposato e con il quale è andata a vivere in un grande appartamento. Ninuccia però è innamorata di un giovane compagno di suo fratello, Vittorio, e vuole lasciare suo marito per scappare con lui. Questo è ovviamente, motivo di lite. Concetta, preso atto della situazione, vuole riappacificare i due coniugi per evitare lo scandalo, soprattutto in prossimità del Natale.
Il pranzo del 23 deve essere frugale perché ci si prepara alla ricca cena della vigilia. Nicolino insiste nel voler andare a comprare una bella gallina per fare un brodo sostanzioso ai suoceri. La questione sul tipo di brodo, tuttavia, - vegetale o di carne - fa nascere un dibattito che è anche uno scontro sociale. Tra l'umile Luca che vuole un brodo leggero, quindi vegetale, e suo genero Nicolino che, appunto, ostentando antipaticamente la propria ricchezza, vuole la gallina.
Ci si mette avanti anche con il menu per la Vigilia. Quattro aragoste le porta Nicolino. Raffaele, il portiere, ha procurato i capitoni, che saranno protagonisti e vincitori di una furibonda lotta con Concetta che, nel tentativo di prenderli per cucinarli, si rompe la testa contro la cucina. Le sguscianti anguille avranno salva la vita saltando fuori dalla finestra e finendo nella loggia sottostante.
All'inizio del secondo atto campeggia una credenza di specialità natalizie: non manca la rituale "croccante", gli struffoli, la pasta reale e il rosolio. Di fianco al tavolo, imbandito per le grandi occasioni, c'è Donna Concetta, statuaria nel tagliare le cime ai rigogliosi broccoli di Natale.
Preludio alla tragedia: una coincidenza ha voluto che fosse presente, la sera della Vigilia, anche l'amante di Ninuccia. Marito e amante si fronteggiano: Nicolino abbandona sua moglie nella casa paterna, la sera della Vigilia!
Luca Cupiello, dopo quella disastrosa Vigilia, è a letto in fin di vita, come se la realtà dei fatti avesse piegato il fisico di quell'uomo ingenuo e candido nella sua ignoranza. Di tanto in tanto si sveglia e chiede del genero. Preoccupati, ma anche curiosi, i vicini di casa partecipano sorseggiando innumerevoli tazze di caffè preparate a getto continuo dal portiere. La signora Carmela, Olga e gli altri vicini cercano in tutti i modi di far riprendere e di tenere sveglio Lucariello.
Sarà soltanto il ricordo di un fatto buffo, legato ad un piatto di pasta e fagioli (il suo piatto preferito), divorato una notte all'insaputa della moglie dopo che il dottore di famiglia gli aveva vietato di mangiare, a rianimarlo facendolo sorridere per un attimo. Una zuppiera di pasta e fagioli divorata di nascosto, tutta intera: il giorno dopo era sano come un pesce!
"... che quando si fanno i fagioli in casa mia si fanno che possono bastare per tre giorni, perché ci piace di mangiarli freddi il giorno appresso, e pure riscaldati la sera... e 'a mattina per merenda": è un'epifania che instilla linfa vitale.
Il modo in cui Eduardo De Filippo, autore di "Natale in casa Cupiello" e magistrale interprete di Lucariello, riesce a descrivere il piacere che può suscitare il sapore di un piatto anche così povero come la pasta e fagioli ci fa tornare in mente le parole di sua moglie Isabella sul rapporto di Eduardo con il cibo: "per mio marito il cibo non è solo qualcosa che serve a sfamarci o a soddisfare una raffinata golosità, ma soprattutto ciò che ci tiene in vita e quindi una cosa da amare e rispettare: una cosa sacra, insomma. Nel modo di cucinare di Eduardo e in quello di mangiare in compagnia non c'era niente di sciatto o casuale; al contrario, si indovinava un rituale puntiglioso, insistente, attraverso il quale cercava di creare un' armonia di sapori allo stato puro in cucina, e in tavola una comunione di piacere nell'atto vitale del sostentarsi".
La sacralità del cibo lascia, conseguentemente, spazio al miracolo. L'episodio della "pasta e fagioli" è dunque miracoloso: un miracolo di semplicità. Come miracoloso e semplice era l'atteggiamento di Eduardo nell'ultimo periodo della sua esistenza, come ci racconta ancora sua moglie:" Negli ultimi tempi Eduardo era costretto a mangiare assai poco altrimenti veniva assalito dall'affanno: latte, miele, uova all'ostrica, frutta, pane e qualche verdura. Eppure, quando mi descriveva quello che mangiava, come lo sentiva, come lo pensava lui, lo invidiavo, perché sembrava quasi che stesse rivivendo un'avventura misteriosa e ammaliante".
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Noël, Noël! Manger, Manger!
di Rino Pensato
Il Natale si festeggia a tavola, è stato scritto. Anche prima che Natale fosse Natale, prima cioè che il 25 dicembre fosse convenzionalmente stabilito come il giorno genetliaco di Gesù.
I Saturnali, la più gioiosa e popolare fra le festività romane, precedente pagano del Natale cristiano significava soprattutto “lo scambio dei doni, l’allegria della vacanza, il tempo dei buoni sentimenti, mangiare, bere e far festa” (Isaac Asimov).
Esattamente quello che significa (sia detto senza il minimo intento dissacratorio) oggi Natale per tutte le popolazioni cristiane di tutti i continenti.
Ricordiamo un bel servizio apparso qualche anno fa su un grande quotidiano italiano che, in schietto stile giornalistico, dunque senza ipocrite cautele, titolava: “Senza la grande abbuffata Natale non è Natale”. Dato dunque per legittimo il nostro, di titolo, precisiamo che quando diciamo Natale intendiamo riferirci, per comodità a tutto il periodo natalizio, racchiuso, come i menu che proponiamo, fra il 24 dicembre, giorno di vigilia o di veglia, e il 6 gennaio, giorno della Befana.
La scelta dei menu può sembrare a qualcuno (e forse lo è) ovvia e quasi banale, e crediamo che tale sarebbe apparsa anche se avessimo proposto menu del tutto diversi.
Per i pochi (o tanti?) che pretendono sempre esplicitazioni, spenderemo poche parole, che saranno dunque delle personali e telegrafiche didascalie, piuttosto che saggi di erudizione etnico-religioso-gastronomica, improponibile e fuori luogo in questo angusto spazio.
Per il 24 dicembre proponiamo la più classica delle cene di vigilia, quella napoletana e, tra le napoletane, quella, classicissima di Ippolito Cavalcanti, in buona compagnia, se è vero che lo stesso fanno molti libri, molte riviste e molti siti internet. Per MenSA non è una scoperta dell’ultim’ora, se si pensa che dal 1997 (anno di nascita del sito) più volte siamo ricorsi al grande ricettario del duca di Buonvicino, “pietra miliare” della cucina partenopea.
Il Pranzo di Natale all’inglese è, da un lato, la dichiarazione di una nostra adesione all’opinione, espressa da alcuni studiosi, che, tutto sommato, il modello anglosassone, anche in cucina, si fa sempre più largo anche sulle tavole mediterranee, se non altro per curiosità e per il gusto della novità; dall’altro lato vogliamo sfidare i luoghi comuni sulla cattiva qualità della gastronomia britannica, con un menu che dimostrerà, se ben eseguito, che almeno a Natale essa non è quella catastrofe del palato così sbrigativamente evocata. Provare per credere.
Per il cenone di San Silvestro confessiamo di esserci fatti banalmente suggestionare (quest’anno e anche molti di quelli precedenti) da una serie di immagini, evocazioni, personaggi, parole e nomi magici della cultura del bon vivant, che rimandano generalmente a Parigi e alla Francia: ostriche e Champagne, belle époque e Toulouse Lautrec, Escoffier e, più recentemente per via della traduzione italiana, Alexandre Dumas. E proprio dal suo Grande dizionario della cucina, definito (sia pure con un pizzico di esagerazione) “il più incredibile libro di cucina dell’Ottocento” abbiamo ricavato un menu in grado di avvalorare la pur azzardata definizione.
Non potevamo infine non rendere ancora una volta omaggio all’amatissimo Pellegrino Artusi, il grande codificatore della gastronomia italiana. Ci è parso giusto farlo nel momento in cui a Forlimpopoli, sua città natale, si lavora alacremente alla creazione di uno straordinario e singolare centro culturale e gastronomico, denominato Casa Artusi: un inedito spazio che sarà contemporaneamente museo e biblioteca, punto di degustazione e di ristorazione, centro di formazione e di iniziativa culturale, tutto all’insegna dell’Artusi e della cucina domestica italiana.
I due menu artusiani che proponiamo, per il giorno di Capodanno e per la festa dell’Epifania, vogliono essere insieme un modo per richiamare l’attenzione su questo originalissimo e ammirevole progetto e, più concretamente, un invito a testare, nella pratica, la vitalità della “Bibbia” gastronomica italiana sul terreno, forse il meno battuto, delle sue ricche “note di pranzi” festivi.
Per finire, un’“autorevole” testimonianza, a conforto del “messaggio” racchiuso nel titolo di questa breve introduzione ai nostri menu natalizi:
Abbacchio, oliva e pesce
Ustacchio, la viggija de Natale
Te mmettete de guardia sur portone
De quarche mmonzignore o ccardinale,
E vederai entrà sta pricissione.
Mo entra una cassetta de torrone,
Mo entra un barilozzo de caviale,
Mo er porco, mo er pollastro, mo er cappone,
E mmo er fiasco de vino padronale.
Poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio,
L’oliva dolce, er pesce de Fojjano,
L’ojjo, er tonno, l’anguilla de Comacchio.
Inzomma, inzino a nnotte, a mmano ammano,
Te lli tt’accorgerai, padron Ustocchio,
Cuant’è ddivoto er popolo romano.
Giuseppe Gioacchino Belli
Vai ai menu: Dalla Vigilia alla Dodicesima notte
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Fauchon festeggia il Natale nel Poitou Charentes
Punto di riferimento mondiale in fatto di gastronomia e prodotti alimentari esclusivi, Fauchon esprime fin dal 1886 (da quando il normanno August Felix Fauchon aprì la sua prima bottega a Parigi) il suo spirito creativo e un piacere della scoperta sempre nuovo.
Quest'anno Fauchon ha scelto di condividere le tradizioni di Natale del Poitou-Charentes e invita a gustare i sapori di una gastronomia nata da una terra ricca e da un oceano generoso.
Fino al 4 gennaio 2004, Fauchon porterà i colori del Poitou-Charentes, nei suoi 13 negozi parigini, ma anche in Italia, a New York e a Tokyo.
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Fauchon a Parigi
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Il cognac, il Pineau, le ostriche Marennes-Oléron, le lumache, i formaggi del Marais Poitevin sono altrettante carte vincenti utilizzate dai 200 chefs di cucina e pasticceri della Maison per creare a Parigi menù originali e pieni di sapore: foie gras alle lumache, cognac e pineau; chaudrée charentaise; ostriche in gelatina al caviale, "galette des rois" (il tipico dolce dell'Epifania) alle pere allo zafferano ...
In Italia, gli chefs di Fauchon guidano alla scoperta delle 22 specialità del Poitou-Charentes che hanno preferito, perché riflettono lo spirito della regione, la sua storia e le sue tradizioni.
Se siete degli "estimatori" di Fauchon (non è difficile), potete approfittare dell'occasione recandovi: a Milano (da Parini e alla Pasticceria Cucchi), a Firenze (da Pegna e all'Enoteca Gambi), a Roma (da Castroni M. & C.), a Reggio Emilia (all'Enoteca Morini), a Pistoia (alla Gastronomia Capecchi), a Montebelluna (da La Donatella).
Se volete altre informazioni: www.fauchon.com
Ed ecco il repertorio delle proposte natalizie di Fauchon
Il "Pineau des Charentes":
Questo vino aperitivo, dal colore limpido e dorato, è preparato a base di mosto d'uva e acquavite di cognac. Rivela sapori di miele, frutti e spezie, con una buona persistenza aromatica.
Lumaca farcita al foie gras d'anatra e ai funghi:
Una deliziosa specialità costituita per il 20% di foie gras d'anatra e per il 18% di funghi, il tutto esaltato da prezzemolo, aglio e spezie. Da servire in cassolette, o per guarnire il ripieno di piccole sfogliatelle.
Due terrine di storione:
La terrina di storione al pepe verde e la terrina di storione affumicato. Di grande finezza, si consumano su fette di pane tostato con l'aperitivo o come antipasto.
I "Grillons Charentais":
Queste rillettes (carne tritata e cotta a lungo nello strutto) sono preparate con carne di maiale, condite unicamente con sale marino. Il grillon charentais si gusta su pane tostato o in abbinamento con le ostriche. Si sposa alla perfezione con un Pineau des Charentes.
Il "Petit Réthais":
Da servire con pane grigliato per l'aperitivo o come antipasto, in abbinamento con vino dell'Ile de Ré.
Composta d'anatra al vino dell' Haut-Poitou:
Questa ricetta del Poitou un tempo si realizzava con carne d'oca. Oggi compongono questo piatto le cosce d'anatra cucinate a lungo fuoco lento con cipolle, scalogno, aglio, pomodori freschi e vino dell' Haut-Poitou. Riscaldata, la composta d'anatra accompagna perfettamente la pasta fresca
Conserva di pomodori alla salicornia:
Questa conserva preparata con pomodori maturati al sole d'autunno, dal sapore eccezionale, con l'aggiunta di salicornia (una pianta aromatica) tenera del marais delle zona delle saline d'Ars en Ré e di un mix sottile di spezie.. Si consuma con pasta, riso, pollame, carne fredda.
Passato di scampi dei pescatori della Cotinière:
Prodotto a base di scampi interi appena pescati e legato con vino bianco dell'isola d'Oléron. Vellutato, il passato di scampi si gusta accompagnato da crostini di pane.
Le sardine della Cotinière in scatola:
Provenienti dall'isola di Oléron, queste sardine sono preparate in modo artigianale ed esaltate da un filo d'olio d'oliva.
Conserva di Pineau:
Ideale per legare le salse, dare un tocco di sapore in più al pollo di fttoria, al foie gras, all'arrosto
Confettura di melone al Pineau:
Un abbinamento perfettamente riuscito di due grandi specialità della regione, famosa per i meloni e il Pineau, vino aperitivo il cui segreto di fabbricazione si tramanda da quattro secoli. Questa confettura accompagna a meraviglia il foie gras, o il pollame di fattoria.
Miele d'acacia allo zafferano del Poitou:
Prima regione produttrice di zafferano d' Europa, il Poitou-Charentes rivela un concentrato di sapori che profumano di sole. Da degustare su una brioche, del pane, o sulle crêpes.
Il "fior di sale" dell'isola di Ré:
Nasce in estate, a fior d'acqua, dal sole e dal vento. E' un sale eccezionale, che può essere delicatamente rosato, e sprigiona un profumo vicino a quello della violetta. Si utilizza come tocco final, su verdure fresce, carne e pesce.
Quattro tisane in gelatina:
Gelatina di menta-verbena-camomilla, gelatina di timo-rosmarino-lavanda, gelatina di finocchio selvatico e gelatina di menta-bergamotto. A base di fiori e piante, selvatiche o coltivate, dalle virtù medicinali e dietetiche riconosciute. Da utilizzare in infusione, per aromatizzare il tè, un bicchiere di latte caldo, o da degustare su una tartina di pane.
Caramelle al burro salato:
Una ricetta esclusiva al burro delle Charentes e al fior di sale, dal sapore leggermente vanigliato.
Tre creazioni Fauchon al cognac:
Questo liquore famoso nel mondo che si consuma tanto come aperitivo quanto come digestivo, dona qui tutto il suo bouquet alla senape, all'aceto, e ai marrons glacés.
Per conoscere dove trovare in Italia le specialità del Poitou Charentes proposte da Fauchon scarica il file
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A Bologna il Terzo Colloquio dell'Istituto Europeo di Storia dell'Alimentazione
Frontiere alimentari è il tema del III Convegno organizzato dall'IEHA, Institut Europeén d'Histoire de l'Alimentation, un organismo di ricerca europeo che ha sede a Tours e che nell'occasione unisce le sue forze a quelle dell'Ateneo bolognese, che sostiene l'iniziativa attraverso il Master "Cultura dell'alimentazione".
Le discontinuità spaziali nella cultura del cibo: il tema affrontato dal convegno attraversa
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Frontiere alimentari
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molteplici discipline umanistiche, storia, antropologia, geografia, sociologia, archeologia e altro ancora. Discontinuità di gusti, di pratiche e di "discorsi" alimentari, che affondano le radici in diversità ambientali ma anche e soprattutto in tradizioni culturali, e si riconoscono in usi peculiari del territorio, tecniche di cucina, tradizioni conviviali, raccomandazioni e proibizioni religiose, identità etniche e sociali. Si definiscono in tal modo aree di produzione e di consumo, separate da frontiere talvolta nette e precise, talvolta fluide, comunque sempre in movimento, perché ogni frontiera è fatta per essere attraversata. Migrazioni temporanee o stabili, non solo di uomini ma di prodotti o di idee, continuamente modificano queste frontiere, che tuttavia rimangono importanti segni di identità per gli individui e i gruppi. Studiarle nel loro divenire, nella dinamicità spazio-temporale di processi mai immobili, è riconoscere la cultura del cibo come espressione e come motore della storia.
Responsabili scientifici del convegno sono Jean-Robert Pitte, docente di Geografia all'Università di Paris-Sorbonne, e Massimo Montanari, docente di Storia medievale presso l'Ateneo bolognese.
Scarica il programma completo del convegno
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Se agli alberi appendiamo un diario: i blog, internet e MenSA
di Mikis Pensato
Bisognerebbe riuscire, con questo articolo, a rispondere a tre quesiti fondamentali:
1) Cosa sono i Blog?
2) Cosa spinge alcune persone ad avere un Blog?
3) Perché MenSA - webzine di cultura gastronomica - sta per offrire un servizio di Blog, Il Mensario, per i suoi utenti?
Ehm, io veramente mi ero preparato su… Leopardi. Non posso giustificarmi?
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Marcel Duchamp, Il Grande vetro o La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli
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Allora... proviamo.
Ovvio che non riuscirò neanche a sfiorare minimamente le risposte. Quesiti fondamentali… E' un po' come chiedersi cosa ci facciamo, qui, sulla Terra,o se lo spazio-tempo è davvero curvo, o se dopo la morte ci sono ancora gli amministratori di condominio. C'è chi può davvero rispondere a questi quesiti? No. Talvolta qualcuno ha una percezione di verità, ma tutta interiore, e quindi incomunicabile. Oppure ha fede: ma in tutta onestà cominciare a battezzarsi in nome dei blog potrebbe essere visto come un dubbio eccessivo.
A parte gli scherzi, non è facile. Basta leggere il dossier (pubblicato su Internet News di Novembre http://www.internetnews.it/interna.asp?ln=0&sez=49&info=579) di Giuseppe Granirei (http://www.bookcafe.net/blog/), probabilmente il guru italiano sull'argomento, per rendersene conto: "Il Blog non è solo uno strumento, non è solo il suo autore". Capite bene che siamo a metà strada tra la teologia negativa dello Pseudo-Dionigi e il principio di indeterminazione di Heisenberg alla base della Teoria dei Quanti.
Il nome "Blog" ci rimanda ad una contrazione: web più log ci danno blog che suona, così, come "diario di bordo in Internet". In effetti, il Blog nel suo presentarsi, tradizionalmente ricorda un diario: è suddiviso, ad esempio, in date. E, come in un diario, di quelli cartacei, l'autore può scrivere. Nell'assoluta libertà di scegliere cose scrivere: un articolo, e molti blog hanno carattere giornalistico, di cronaca o d'opinione. Oppure un semplice pensiero, un ricordo, la descrizione di un'emozione con tutto il portato di diario personale che il blog può assumere. L'autore di un blog può anche scrivere poesie, racconti, perfino un romanzo: sarà un blog scoppiettante di bit artistici; ma potrà anche scrivere la lista della spesa per caratterizzare in modo minimale il suo spazio digitale o semplicemente per ricordarsi di prendere l'aglio. L'autore di un blog può scrivere tutte queste cose, oppure parte di esse, insieme: oggi una poesia, domani un articolo, dopodomani una lista della spesa.
Ovviamente, come per i diari cartacei, può "incollare" immagini, fotografie, disegni (ovviamente dopo averli digitalizzato, ovvero scansionato).
A questo punto verrebbe da dire: può fare tutte le cose che potrebbe fare su un qualsiasi quaderno, su un'agenda o diario cartaceo. E allora: perché farlo in un Blog?
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L'interfaccia che consente all'autore di un blog su MenSA di inserire un proprio articolo/intervento
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Questa volta rispondiamo in modo diretto: perché la carta é la carta e il web é il web. McLuhan ci ha insegnato che tipo di processi possono innestarsi sul piano socio-psicologico quando un mezzo di comunicazione cambia supporto. Trasferire il diario, il brogliaccio degli appunti su Internet è un nuovo approdo proprio in questi termini.
Per fare qualche esempio:
Il foglio di carta del diario è finito. Il foglio digitale di un blog - miracolo dello scrolling! - è teoricamente infinito.
Provate a fare "Modifica>Cerca nella pagina" nel diario della vostra amica è ditemi se funziona. Inutile tentare con CTRL-F. In un blog, invece, posso divertirmi a trovare le ricorrenze del termine "afferisce" o "rucola" ecc...
Queste cose, tuttavia, sarebbero parimenti fattibili usando un programma tipo Word: mi faccio un diario in word e allora sì che cerco, tendo all'infinito ecc… E' vero: tuttavia lo "strumento" Blog va oltre il supporto PC. E oltre tale supporto c'è internet.
Sia il diario cartaceo che quello su PC hanno una dimensione privata. Il Blog, vivendo in Internet, ha una dimensione pubblica: come se appendessimo il nostro diario cartaceo ad un albero in una via della città per farlo leggere ai passanti, che poi si danno parola e vengono più numerosi. Quella città è molto grande: è il mondo dei wired, di coloro cioè che hanno una connessione a internet.
Restando nella metafora del diario appeso, immaginiamo che altre persone (altri autori), decidano di appendere il loro diario ad un altro albero. Tantissimi alberi con tantissimi diari appesi. Immaginiamo anche che i passanti (o quelli che arrivano perché vogliono arrivare proprio lì, dopo aver consultato uno specifico "elenco di aggregazione" dei diari appesi!), leggendo un intervento di un qualsiasi diario, decidano di aggiungervi un commento. Una miriade di diari appesi con una miriade di commenti lasciati dai passanti. Nulla vieta di pensare che alcuni di quei passanti commentatori, siano essi stessi autori di un diario appeso. E che magari, oltre a lasciare un commento, vogliono dire che hanno trattato degli argomenti simili a quelli appena commentati anche nel loro diario. Ecco che allora fanno un legame speciale: incollano il capo di un filo sottile alla pagina del diario con l'intervento commentato; legano l'altro capo del filo, dopo averlo srotolato, al proprio diario appeso: ha stabilito un legame semantico tra gli interventi di due diari appesi diversi, quello suo e quello di un altro.
Bene: tutto questo insieme di diari appesi e fili di legame che dopo un po' non ci permetterebbero neanche di muoverci nelle nostre città, nello spazio di Internet che lo consente senza intralci, è il mondo dei Blog.
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| come a un visitatore Internet può apparire un blog
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Per la cronaca, nei blog gli interventi si chiamano, a secondo dei sistemi informatici sottesi, interventi appunto, o articoli, o post. L'eventuale voce di menu 'Aggiungi Post' significa semplicemente scrivi qualcosa sul tuo diario appeso in Internet.
Il commento si chiama semplicemente commento o anche, ad esempio, risposta a un post (nello stile remoto dei newsgroup).
Il legame, il filo quindi, si chiama trackback. Aggiungere un trackback ad un proprio intervento (o articolo, o post) vuol dire collegarlo ad un altro intervento di un altro diario appeso in Internet.
Da quanto detto finora, la domanda "Cosa spinge alcune persone ad avere un Blog?" trova la risposta nel piacere e/o nell'interesse che qualcuno può avere nell'appendere un diario potenzialmente infinito ad un albero.
"Perché MenSA - webzine di cultura gastronomica - sta per offrire un servizio di Blog per i suoi utenti?". Beh, perché, a questo punto, essendo la cultura gastronomica appunto "cultura", va dialogata e comunicata. E se esiste un nuovo strumento per farlo, il Blog, MenSA lo offre ai sui stimatissimi utenti.
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Pane, vino e rock'n'roll
Mangiare e bere (nel)la musica pop-rock
di Ludovico Pensato
La Banca dati Cultura Gastronomica Italiana ha, insieme a tante altre cose, fornito utilissimi dati numerici a cui riferirsi, quando si parla del rapporto fra il cibo e le "muse", dalle 7 della tradizione classica a tutte quelle che si sono aggregate nel corso degli ultimi due secoli, a cominciare dal cinema.
Negli ultimi anni, che sono quelli in cui si è cominciato a parlare di cucina come cultura e a rapportarla con le altre "culture" e le arti, si contano circa 150 libri (escludendo quindi gli articoli di riviste e giornali) di questo genere pubblicati in Italia.
Ricettari o menu storici, letterari, cinematografici e "artistici" in senso lato costituiscono i nuclei più numerosi. Ma anche la musica ha fatto la sua parte.
Escludiamo dalla serie quelli dedicati al Jazz, variazione sul tema, che hanno quasi sempre analizzato, in termini biografici e psicologici (e relativi effetti sul piano creativo e musicale), le storie, piene di alcool (più droga) e musica di molti dei grandi del jazz, da Chet Baker a Charlie Parker, da Billie Holliday a Lester Young, e così via.
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La celebre copertina di Andy Warhol per The Velvet Underground and Nico, (Verve, 1966)
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Le storie "normali" di altri grandi nomi non prestano molta attenzione (né è lecito pretenderlo) agli "stili" alimentari e gastronomici. Una esemplificazione recente, che riguarda da vicino MenSA e le cene "d'autore" da essa organizzate negli ultimi anni: per celebrare il centenario della nascita di Duke Ellington, nel 1999, MenSA dovette ricorrere all'espediente di associare ai titoli di celebri pezzi del Duca del jazz dei piatti che ne evocavano i colori, i luoghi e altri elementi: "Black, brown and beige", "Isle of Capri", "Creole love call", "Indian love call", ecc.
La musica c.d. "seria" ha fornito facili e numerosi spunti a questi "ricettari" sui generis, anche perché spesso le fonti sono direttamente le stesse composizioni musicali, ovvero gli interessi gastronomici dichiarati e manifesti degli autori, o episodi e aneddoti legati alla vita, loro e delle loro opere: da Rossini (primo indiscusso della lista) a Verdi, da Schubert a Bellini, al Mozart del Don Giovanni. Se ne può vedere un parzialissimo compendio nel libro di Corrado Rollin, Già la mensa è preparata, edito a Torino da Il leone verde nel 2003.
La musica popolare nell'accezione folclorica del termine, piena di riferimenti alimentari, è stata oggetto di studi "naturalmente" riferiti anche al cibo, spesso allusivo ad altri piaceri della "carne" (due emblemi: "che se magnò la zita la primma sera", tradizionale ripreso splendidamente qualche anno fa dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, "Il pescivendolo", ovvero "lu pesce, capitone e triglie" di Matteo Salvatore, anche nella colonna sonora di Big night, ecc.)
Ultima a comparire sulla scena dei ricettari "musicali" è stata la musica pop-rock, almeno stando al repertorio (naturalmente molto selettivo e solo parzialmente rappresentativo), pubblicato sempre da Il leone verde quest'anno a firma di Luca Ragagnin e intitolato Canzoni da mangiare.
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Luca Ragagnin Canzoni da mangiare
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Ultima, ma non ultima, come suol dirsi, se è vero che al repertorio di Ragagnin, già ricco di 70 canzoni, se ne potrebbero aggiungere, a memoria, alcune decine. Centinaia se ci affidassimo a una ricerca organica e sistematica. Contiamo da questo momento - e da questo articolo - anche sull'aiuto e sui suggerimenti dei visitatori (e degli iscritti) di MenSA per lanciare un "censimento" informale.
In quanto primo numero sembra doveroso, o quanto meno cortese, cominciare rivolgendo un caloroso saluto ed un sentito grazie a tutti coloro che hanno deciso o decideranno di seguire e avventurarsi con noi nel caleidoscopico universo della gastronomia (anche di quella musicale): da guardare come un bambino guarda un aquilone, da odorare come si fa a pieni polmoni in un campo di fiori primaverili (e non si parla di fiori OGM!), da godere come ogni appassionato di cucina sa veramente fare. Bene, se vista, olfatto e gusto sono imprescindibilmente connessi al "sirenico" cibo (passatemi il termine o contestatemi ora se qualcuno di voi non si è mai sentito come il povero Ulisse alla vista di un'avvenente "sacher torte", davanti a dolci profumi sussurrati da un forno illuminato, o al chiassoso richiamo di un buon timballo di maccheroni...), che cosa si può dire per gli altri due sensi, senza considerare il sesto - e il settimo, quello dell'umorismo - prerogative di pochi, e che quindi ci prendiamo la libertà di tralasciare, concedendoci di chiamarli in causa all'occorrenza, qualora vista, gusto, olfatto, tatto e udito (non necessariamente in ordine di rilevanza) falliscano nel tentativo di raccontarci l'esperienza culinaria.
Che dire degli altri due sensi, ho scritto poc'anzi.
Tatto: "organo di senso che permette di prendere conoscenza del mondo esterno mediante il contatto con la superficie corporea" (Zingarelli). Ovviamente ineccepibile e decisamente tecnica, questa definizione è anche suggestiva se la rapportiamo alla cucina; il cibo è il nostro "mondo esterno" e se estendiamo il contatto all'intera superficie corporea potrebbe risultare piacevole adagiarsi morbidamente su di una mousse, ma forse altre esperienze si rivelerebbero scomode ed inopportune, che so, sentire quanto è caldo il brodo da dentro un pentolone, stile fumetto con cannibali, per esempio.
E veniamo ora all'udito, lasciato per ultimo perché argomento principe che terrà banco nelle prossime puntate. L'udito in cucina quindi, ma non i "rumori" della cucina: non parlerò di sinfonie di acque che bollono e mezze lune che tritano sedani e carote, argomenti che probabilmente sottendono una semantica interessante e degna del più profondo rispetto, ma che lascio ad una più confacente interpretazione personale.
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La leggendaria mucca di Atom Heart Mother (Pink Floyd, Harvest, 1970)
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| Vorrei invece proporre una riflessione sul rapporto tra cibo e musica, o meglio il rapporto che essa intrattiene con il cibo. In una sorta di ipertestualità gastromusicale parleremo di canzoni che accompagnano il "mangiare" o la sua preparazione, che raccontano di pietanze prelibate o di semplici ingredienti, canzoni che sono pure "odi al cibo" e canzoni che costruiscono sottili metafore grazie ad esso, che servano a spiegare il mondo o "soltanto" a parlare di sesso, e così via.
Insomma, musica-cibo in tutte le sue forme, da tutti i punti di vista e senza nessuna limitazione; con una sola eccezione, fondamentale per differenziare questi brevi interventi da quanto già si è detto e scritto di questo connubio, che certamente non ci vede come i suoi padri: la musica che sarà il nostro pane (è proprio il caso di dirlo) verrà pescata dal gigantesco panorama della musica pop-rock nell'accezione più ampia della categoria da 'A tazza 'e cafe (Giuseppe Capaldo) a 'Na tazzulella 'e cafè (Pino Daniele), da The lemon song (Led Zeppelin) a Gelato al limon (Paolo Conte), da Banana boat song (Harry Bellafonte) a Banane e lamponi (Franz Campi, Gianni Morandi), da Breakfast in America (a base di aringhe affumicate, Supertramp) a Le acciughe fanno il pallone (De Andrè), da Honey pie (The Beatles) a Male di miele (After Hours).
Buon ascolto...e buon appetito.
Ricette
Attacchi
Banane fritte
Tortino di acciughe e peperoni
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La cucina afrodisiaca e il convivio d'amore
L'opinione di Massimo Montanari
Mensa: Cucina dell'amore e cucina "afrodisiaca" sono sinonimi? Se non lo sono, cosa le distingue?
Massimo Montanari: Io non direi che sono sinonimi. Amore è una cosa di intelletto e di cuore, afrodisiaco è un pulsare di sangue. Dunque una cucina afrodisiaca in senso stretto non esiste, perché è dimostrato che non esistono cibi capaci di risvegliare meccanicamente gli istinti del corpo. Il corpo si muove se c'è una situazione, un clima, una suggestione adatta, e questo non accade grazie al cibo ma grazie al rapporto fra le persone che siedono a tavola. Magari si può "credere" alla cucina afrodisiaca, ma è sempre una cucina dell'amore perché è nella testa che nasce tutto.
Mensa: Un convivio amoroso può cominciare davvero a tavola? Se può, esiste un codice gastronomico particolarmente appropriato?
Massimo Montanari: Certo che può cominciare a tavola. Ma non dai cibi, bensì appunto dalla tavola, cioè dalla cura, dall'eleganza, dai particolari che colpiscono l'immaginazione, che creano un'atmosfera magica. Io credo che il codice esista, ma non sia gastronomico bensì conviviale, cioè legato al modo di stare a tavola e di curare lo stile. Certi monaci medievali scrivono che Adamo peccò perché "mangiò con una donna". L'intimità conviviale è spesso galeotta, più dei libri.
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I menu di San Valentino: la cucina dell' amore è non dover mai dire "Non mi piace"
di Rino Pensato
Se volete che vi raccontiamo anche noi le circostanze che legano il giorno del 14 febbraio, in cui il mondo cattolico festeggia San Valentino, protettore degli innamorati, ci limiteremo all'essenziale.
Perché in generale, e in questi giorni in particolare, Internet ve le racconta in tutte le salse.
Per correttezza, MenSA suggerisce di interrogare l'autorità legittima in materia, la Diocesi di Terni (Interamnia ai tempi del Santo), nel cui sito
(http://www.diocesi.terninarniamelia.it/sanvale/index.asp)
e in quelli collegati troverete tutto quello che, di storico, di agiografico e di leggendario è lecito sapere.
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San Valentino
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La leggenda cristiana racconta:
"San Valentino, sentendo un giorno bisticciare due giovani fidanzati, i quali
stavano passando al di là della siepe del suo giardino, uscì loro incontro tenendo in mano una bella rosa. Il capo canuto, il volto sereno e sorridente del buon vecchio e quella rosa, tenuta in alto col gesto di donarla, ebbero il magico potere di calmare i due innamorati in lite.
Quando poi egli, donando realmente quel purpureo fiore, volle che tutti e due insieme stringessero il gambo con cautela per non pungersi e spiegò il "cor unum" di due persone sposate, l'amore era tornato come prima.
I due tornarono poi da lui finché, come desiderava, non fu proprio il Santo Vescovo a benedire il loro matrimonio felicissimo. La cosa si riseppe e allora fu una processione ad invocare il patrocinio di lui sulle famiglie da fondare.
Il Vescovo di Terni, però, aveva anche altre occupazioni pastorali alle quali accudire, perciò stabilì per quella benedizione il quattordici del mese. Ed il quattordici del mese è restato, ma ristretto a quello di febbraio, giorno della sua decapitazione (era il 14 febbraio 273) ad opera dell'Imperatore Aureliano."
In realtà, come gli stessi cristiani ammettono, la festa del vescovo e martire Valentino si riallaccia agli antichi festeggiamenti di Greci, Italici e Romani che si tenevano il 15 febbraio in onore del dio Pane, Fauno e Luperco.
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San Valentino
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"Questi festeggiamenti erano legati alla purificazione dei campi e ai riti di fecondità. Divenuti troppo orridi e licenziosi, furono proibiti da Augusto e poi soppressi da Gelasio nel 494. La Chiesa cristianizzò quel rito pagano della fecondità anticipandolo al giorno 14 di febbraio attribuendo al martire ternano la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati indirizzati al matrimonio e ad un'unione allietata dai figli."
Benché, sia detto tra noi, il giorno e il nome di San Valentino siano stati collegati, anche incidentalmente, con mille cose diverse, diverse anche dall'amore (avete idea della Notte di San Valentino e della strage di Al Capone?).
E, per quel che riguarda la tavola, non esistono consuetudini e tradizioni gastronomiche, né locali né globali, che rimandino a San Valentino come accade per Carnevale, Natale, Capodanno, Pasqua e altre ricorrenze, laiche e religiose minori o di carattere locale. Tanto che qualcuno ha rivendicato addirittura la responsabilità del processo inverso, quello, cioè, che ha portato, attraverso il lancio di un prodotto alimentare, i Baci Perugina, per intenderci, al progressivo e ormai generalizzato inserimento della ricorrenza del 14 febbraio tra quelle da festeggiare anche a tavola, cosa che, comunque, come ricordato, i pagani non mancavano di fare, durante i loro riti lupercali.
Quello che accade oggi, soprattutto, ma non solo, fra le generazioni più giovani o meno attempate, è di mettere sempre più diffusamente in preventivo, la sera del 14 febbraio, una classica e beneaugurate cenetta intima, "romantica" a lume di candela.
Quello che farà MenSA è, dunque, di assecondare questa intenzione e di mettervi in condizione di allestire menu per qualche verso "pertinenti" all'occasione. Pertinenza che viene identificata, da tutti, ristoratori e comMenSAli, cuochi professionali e cucinieri dilettanti, con l'amore.
Lungi da noi l'idea di invitare i comMenSAli a smettere di giocare con i menu afrodisiaci, tanto improbabili quanto innocenti.
Piuttosto l'invito a scegliere con maggior cura le cosiddette fonti (la letteratura, oltre che le proposte commerciali di esercizi, sono una marea) e a ricordare che i rinvii "gastronomici" a San Valentino possono essere anche di natura diversa dall'afrodisiaco. Un po' di fantasia, diamine, e anche un pizzico di cultura o semplicemente di informazione in più non guasterebbe.
Le scelte di MenSA, in parole povere. Menu valentiniani vuol dire certamente amore. A San Valentino abbiamo associato, sulla base del rito e delle leggende, cristiane e pagane, oltre all'amore, a Venere (o Citera o Afrodite) anche la rosa (e i fiori in genere), e la città di Terni:
1. Un menu floreale, da fonti note;
2. Un menu afrodisiaco, tra il letterario (liberamente tratto da fonti) e il creativo puro, opera dei due "senatori" di MenSA (i Pensato brothers);
3. 4. Due menu, tratti dal classico dei classici della cucina afrodisiaca italiana, l'Artusi della cucina dell'amore, il Rompini;
5. Un menu ternano, in omaggio alla città di San Valentino.
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Ti mangio...
di Guido Pensato
Non si può certo, vigilando Amnesty International e commissioni varie a difesa di diritti più o meno civili dell'uomo (-donna ), tutte filiazioni, si suppone, della Lipu (Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli) e della Lega antivivisezione. Non si può fortemente biasimare, come pure si vorrebbe, quanto meno dal coté culinario e nel privato, la ridda di idiosincrasie alimentari che flagella un'umanità ormai riluttante ad attenersi alle rigorose certezze della scienza che la vorrebbe allegramente e vantaggiosamente onnivora.
Si tratta di una ribellione che pagano gli onnivori pentiti, costretti a un nevrotico zig-zag antimina ("per me senza formaggio", "non ci saranno interiora?", "della trippa non sopporto nemmeno l'odore") e gli onnivori rigorosi, in particolare - e due volte - se si propongono oltre che come mangianti anche come cucinanti.
Il dialogo, la convivenza, la non belligeranza, sempre possibili e auspicabili, sono messe pericolosamente a rischio se si pretende di indagare o, peggio, di praticare le connessioni
tra eros e cibo. Pentiti e rigorosi potranno, presumibilmente senza problemi, continuare a "mangiare con gli occhi" o a minacciare: "ti mangio tutto/a" l'oggetto - si suppone gradito - del desiderio sessual-gastronomico. Ma quando si fa più evidente, più stringente il carattere iniziatico e iniziale delle pratiche gastronomiche (per ciò stesso in grado di promuovere la gola a zona squisitamente erogena) rispetto a quelle sessuali, i blocchi alimentari tendono a sparire o rischiano di sommarsi a quelli che insorgono nella prassi amorosa strictu sensu? C'é, insomma, il rischio che una cenetta-intima-servita-a-ridosso-del-talamo o una-notte-d'amore-imbandita-a-ridosso-della-tavola si trasformino in un percorso di guerra, in una estenuante trattativa condotta tra veti, dinieghi e disgusti.
Non é un rischio da poco. Anche su un piano strettamente economico e in periodi di recessione. E infatti quasi tutti i cibi, i condimenti, gli ingredienti cui sono state -
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Menu de la poule au pot
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| o sono tuttora - attribuite proprietà afrodisiache sono - o sono stati - esotici, rari e costosi: dal pepe all'aragosta, dalla noce moscata al tartufo, dal sedano al caviale. Perfino il pomodoro - pomme d'amour - per due secoli frutto ornamentale ed esotico per eccellenza, che infatti vinse la diffidenza dei cucinieri solo nel Settecento, secolo notoriamente e freneticamente alla ricerca di pretesti per accreditare, presso i posteri, maldicenti e beghini, la propria fama di libertino. Rarità, esotismo, costo. Caratteristiche che ci aiutano a spiegare quella fama e ben di più: lo stretto e certo rapporto tra eros e cibo. Tutto ciò che è raro, prezioso, lontano, è contemporaneamente amato, vagheggiato, desiderato. Il desiderio è desiderio di possesso, di possedere, di avere in proprio potere l'oggetto amato. L'acme del possedere e . del possedersi è il desiderio violento di incorporare l'altro, di farsi incorporare dall'altro: "ti mangio tutto".
Riconciliarsi senza riserve con la propria condizione di onnivori comporta vantaggi che possono giungere fino al riconoscimento di sé - del sé atavico e preculturale, individuale e collettivo - in mezzo all'infuriare ormai consumistica delle battaglie etniche localistiche. E' quanto provò a fare Issei Sagawa - la sua storia é raccontata nel libro di Juro Kara "L'adorazione" -, spinto dai bisogni della carne e di carne, oltre che di un amore sviscerato, a: 1) ammazzare 2) fare in pezzi 3) conservare in frigo 4) mangiare (alla bisogna) la sua fidanzata olandese.
Può aiutarci ad alleviare il raccapriccio sapere che Levi-Strauss interpreta il fatto che alcune popolazioni della Nuova Guinea ancora nella seconda metà di questo secolo mangiassero i parenti prossimi come "un modo per testimoniare loro rispetto ed affetto". E con piglio quasi didascalico aggiunge che se "Jean-Jacques Rousseau vedeva l'origine della vita sociale nel sentimento che ci spinge ad identificarci con gli altri; dopotutto, il modo più semplice per identificare l'altro con se stesso, é sempre quello di mangiarlo".
Issei Sagawa, "il giapponese cannibale per amore", in una lettera indirizzata a Juro Kara collegava il suo amore per la fidanzata a una più generale "tendenza non sradicabile, un desiderio che nutre il Giappone nei confronti dell'Occidente". Un' affermazione che conferma e spiega. Ma soprattutto inquieta. Se ogni giapponese cova in sé un così sterminato amore, allora è vero che guerre commerciali, monetarie e finanziarie con l'Europa e gli USA non sono che pratiche erotiche preliminari rispetto al climax: fare degli uni e dell'altra un solo boccone?
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