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"Sua Eccellenza si fermò a mangiare"
Viermicielli co le pommadoro
ricetta di Ippolito Cavalcanti

Piglia quatto rotola de pommadoro le taglie ncroce, ne lieve la semmenta, e chella acquiccia, e le fai vollere, quanno se sonco squagliate le passarraje pe lo setaccio, e chillo zuco lo farraje stregnere ncoppa a lo fuoco mettennoce no terzo de nzogna quanno la sauza s'è stregnuta justa, scaudarraje doje rotola de viermicielli vierdi vierdi, e scolati buoni li mbruogliarraje dint'a chella sauza, nce miette lo sale, e lo pepe, e a calore de fuoco li farraje stà pecchè accossì s'asciuttano e ogne ntanto nce farraje na votata quanno se so tutti sciuoveti li siervarraje.


"Sua Eccellenza si fermò a mangiare"
I ringraziamenti

MenSA ringrazia, per la disponibilità al dialogo, l’aiuto concreto e la partecipazione, tutti gli iscritti alla mailing-list "decurtis".

MenSA invita tutti i partecipanti alla cena a collegarsi, oltre che con www.italmensa.net, anche con il ricco sito http://www.antoniodecurtis.com (11 capitoli multimediali sul Principe) curato da Domenico De Fabio, maggiordomo-webmaster della mailing-list. Da visitare anche http://freeweb.aspide.it/freeweb/toto di Rosario Romano in possesso dell’intera collezione dei 97 film di Totò.

MenSA ha il piacere, inoltre, di segnalare la "nutrita" e appassionata presenza, alla cena di Bagnarola e in rete, http://www.votantonio.sm, dei Surrealtotoisti di San Marino guidati da Fabio Molinari.

Menzione d’onore:
- A Giulia Marruccelli di Vicenza, per tempestività nell’iscriversi (il giorno successivo all’immissione in rete delle informazioni tre mesi fa);
- Ad Antonio (Totò?) Trudu, per ... il lungo viaggio: Cagliari-Bagnarola di Budrio e ritorno.

La Pasta Cocco
Giuseppe Cocco, artigiano pastaio, intraprese il mestiere, che era stato già di suo padre Domenico, nel 1944, quando fu messo alla prova con il difficile compito di cercare, tra le macerie dei bombardamenti, i pezzi delle macchine utilizzate dai pastai sin dagli inizi del secolo. Le macchine vennero ricostruite e rimesse in funzione. Con quel tipo di macchine, con quei ricordi, con quei segreti Giuseppe Cocco ancora oggi produce a Fara S. Martino la pasta di quei tempi lontani, la cui bontà deriva dalla qualità degli stessi ingredienti di allora: grano, acqua, aria e lavorazione.
Formati utilizzati il 2 ottobre a Bagnarola di Budrio: spaghetti alla chitarra, vermicelli, mezzi rigatoni.

I Vini delle Cantine Grotta del Sole
Le Cantine Grotta del Sole sono impegnate in cinque aree vitivinicole della Campania, regione in cui, nonostante le brevi distanze, convivono numerosi vitigni autoctoni di grande qualità e microclimi molto diversi, congeniali alla coltura della vite. I tre vini offerti durante la cena di Bagnarola sono testimonianza di una tradizione di rinomanza internazionale. Tra tutti ci piace citare, per decurtisiana memoria, il Gragnano Frizzante, "vino da bere giovane e in allegria su piatti allegri" (Veronelli).
http://www.grottadelsole.it


"Sua Eccellenza si fermò a mangiare"
Rassegna Stampa

ComputerValley - 10 settembre 1998

Cent'anni di Totò

"Sua eccellenza si fermò a mangiare: fame e abbondanza, miseria e nobiltà nell'arte di Totò". Un modo insolito di ricordare il grande genio napoletano, a cent'anni dalla sua nascita, è senz'altro la serata di cultura gastronomica organizzata dal Comune di Budrio e MenSA - Menu Storici e d'Autore, prevista per il 2 ottobre. il programma, ricco di iniziative e di interventi spettacolari, riserva alcuni posti d'onore agli utenti di Internet. Poiché l'evento è stato ideato grazie al supporto della rete, gli organizzatori . hanno deciso di concedere un diritto di prelazione, a chi vorrà prenotarsi compilando il modulo disponibile all'indirizzo www.italmensa.net, all'interno del programma definitivo della giornata. I concorrenti dovranno mangiare nel minor tempo possibile, un piatto di spaghrtti utilizzando solo mani e bocca.

la Repubblica - mercoledì 16 settembre 1998

Raduno a Budrio il 2 Ottobre. Previsto anche un convegno e una sfida tra mangiatori di maccheroni

Totò, centenario in tavola
I fans lo ricordano con una super cena

In questa atmosfera di grandi manovre pre-elettorali, lui, il principe, si sarebbe affacciato da un balcone di palazzo D'Accursio e avrebbe urlato nell'imbuto: "Vota Antonio La Trippa". A cent'anni dalla nascita, Bologna si ricorda di Tot. E la grassa patria della mortadella non poteva che festeggiare il più grande comico del nostro cinema partendo dalla tavola, tema centrale dei suoi film col sottofondo di un'Italia povera e affamata. L'occasione di questo centenario ha fatto sì che gli appassionati fans petroniani costituissero un primo nucleo di un club-Totò come già a Napoli, Roma e San Marino. Non è il solo che sta nascendo: c'è quello degli "uomini di mondo" che ha per requisito fondamentale l'avère fatto almeno un anno il militare a Cuneo.
Le celebrazioni di casa nostra si annunciano però come un avvenimento cultural-gastronomico: relazioni di studiosi, presentazione di libri sul principe De Curtis, carrellata delle scene più celebri, attori specializzati in frizzi, lazzi, quisquilie e pinzillacchere per concludere con una cena napoletana preparata con filologico rispetto della-tradizione partenopea e piatti tratti dal celebre ricettario d'Ippolito Cavalcanti, duca di Bonvicino. L'appuntamento è per il 2 ottobre a Bagnarola di Budrio. Alle 18 il convegno (il titolo è quello del famoso film "Sua eccelenza si fermò a mangiare"), sarà aperto da Roberto Escobar che presenterà il suo libro "Totò avventure di una marionetta" edito dal Mulino. Seguiranno gli interventi di due esperti della filmografia decurtisiana: Sandro Toni della cineteca comunale e Giovanni Solimine della Tuscia. A seguire due cortometraggi collage con le più irresistibili battute. E per finire stuziccando l'appetito, dieci volenterosi affamati si sfideranno in una.gara di "mangiamaccheroni", gara riservata ai primi dieci nuovi iscritti al club Totò tramite Internet. La regola è unica: si usa solo la bocca. Il tutto col patrocinio del Comune di Budrio, di "MenSa" (Menu Storici e d'Autore), "Accademia dei notturni" elacollaborazionedel "Comité européen de tourisme et gastronomie". E mentre il convegno sarà aperto a tutti, per la cena, vista la ricercatezza di ingredienti e della preparazione, occorrerà prenotare entro il 26 settembre (vedere riquadro a parte). C'è anche la possibilità di inviare messaggi elettronici all'indirizzo: toto@italsebit.net.
La cena consentirà di gustare sapori della tavola partenopea del principe della risata (e di Bisanzio). Portate che hanno il nome di famose battute come le "Corde di contrabbasso con sugo di salsiccia fresca" o il famoso caffé napoletano offerto in alternativa alla celebre Cioféca ormai entrata nel lessico italiano. Dopo le corde di contrabbasso, ecco le "Uova fresche in padella con mozzare a di Aversa" a concludere la parte degli assaggi: sapide citazioni da "Miseria e nobiltà". A seguire i piatti di Cavalcanti come i "Crostini alla provatura", "Ovi al cappon di galerá", "Viermicielli co le pommadoro", "Timpano de maccaruni senza pasta ", " Cassuola de purpetielli", "Braciolone" e "Zizza ammollecata" per finire con "Vruoccoli de rapa zoffritti co' l'uoglio e alice". Per contorno salate e pastiera. I vini rappresentano un punto d'eccellenza assoluto. Ci sono il "Gragnano doc", la "Falanghina dei campi Flegrei" e il "Piedirosso dei campi Flegrei", tutti provenienti dalle citate cantine "Grotta del sole" di Quarto.

Il convegno su Totò si terrà a Bagnarola di Budrio il 2 ottobre alle 18. La cena seguirà all'Accademia dei notturni. Per avere un posto a tavola occorre prenotare, entro il 26 settembre, alla segreteria della manifestazione ai seguenti numeri: 051-6238026 oppure 0335-6919072, oppure collegarsi al sito Internet www.italmensa.net. Il sindaco di Budrio Gianfranco Celli porterà un saluto. Poi Sandro Toni parlerà sul tema "Cinema da mangiare. Il cibo e la tavola nell'immaginario filmico" e Giovanni Solimine su "Totò e il cibo, fame e abbondanza, miseria e nobiltà".

Il resto del carlino - 24 settembre 1998

Cena con Totò

A tavola con Totò a cent'anni dalla nascita. L'appuntarnento è per venerdì 2 ottobre all'Accadeniia dei Notturni, a Bagnarola di Budrio. La cena napoletana in onore di Antonio De Curtis, principe di Bisanzio, propone un menu tratto dalla Cucina tecnico-pratica di Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino. Fra i piatti: assaggi da "Miseria e nobiltà" come le corde di contrabbasso con sugo di salsiccia fresca, crostini alla provatura, ovi al cappon di galera, viermicelli co' le pommadoro, timpano di maccaroni senza pasta, cassola di purpitielli, zizza ammollécata (mammella con mollica di pane) pastiera, caffè o ciofeca (a scelta) e vini antichi come le cantine di Grotta del Sole di Quarto di Napoli, da cui provengono: Gragnano, Falanghina e Piedirosso. Durante la cena, gli organizzatori Gianfranco Celli sindaco di Budrio, Rino Pensato di MenSa (Menu Storici d'Autore) e l'Accademia dei Notturni di Giovanni Tamburini hanno previsto vari momenti culturali e spettacolari. Si andrà dalla presentazione dell'ultimo libro del prof. Roberto Escobar "Totò, avventura di una marionetta", al blob "Totò Magnus" su Totò e il mangiare, passando attraverso dibattiti con Sandro Toni sul "cinema da mangiare", con Giovanni Solimine su "Totò e il cibo, fame e abbondanza, miseria e nobiltà", e i frizzi, lazzi, quisquilie e pinzellacchere", detti e cantati su Totò e il cibo.
Non mancherà una vera e ropria gara "principesca". Si chiarnerà "Il mangiamaccheroni", e vincerà chi finirà nel minor tempo un piatto di vemicelli solo con la bocca. Gli ultimi posti a tavola sono ancora prenotabili telefonando alla Segreteria della manifestazione, n° 6238026 o 0335/6919072.


"¡No hay pulpo sin vino tinto!"

La veridica storia di Manuel Vázquez Montalbán, un piatto di polpi e una bottiglia di vino rosso

L'anno era il 1992 e il mese doveva essere giugno, perché in TV c'erano gli europei vinti dalla Danimarca, ripescata (dai diversi mari del mondo in cui nuotavano i suoi nazionali in vacanza) al posto della Jugoslavia per via della guerra in Bosnia.Manuel Vázquez Montalbán
Una sparuta (ma appariscente per via di Guccini e della bella Paola Salsi) rappresentanza del Premio Ghostbusters (racconti gialli italiani), parente stretto di MenSA (il sottoscritto ne era, in anticipo coi tempi, il rappresentante) fu ospite del Noir in Festival di Viareggio. A cena la presenza illustre di Francesco ci collocò a un tavolo di primissima fascia, anche intimo, se vogliamo. In tutto eravamo 8, tra i quali, a stretto contatto di gomiti e alla portata della mia voce e delle mie orecchie, la bella Paola, l'amico Guccini e il suo steward personale (nella fattispecie, chi scrive), Silvia, redattrice di Feltrinelli, il regista Nicholas Roeg, in concorso con Cold Heaven, e sua moglie Theresa Russell, splendida protagonista del film e del cult Whore. Completava splendidamente la compagnia colui che già allora era, ai miei occhi di lettore di gialli, di amante della letteratura spagnola, degli scrittori gourmet, il vero grande protagonista Manuel Vázquez Montalbán, affiancato dal suo angelo custode, Hado Lyria, alias Myriam Sumbulovich, amica dello scrittore e traduttrice di tutti i suoi libri.
Non Pepe Carvalho che, in virtù di una programmatica e rassicurante presa di distanza da parte dell'autore, in fatto di Manuel Vázquez Montalbángastronomia non ha mai detto nulla di rilevante. Perché, del resto, diceva Manolo "nessuno scrittore si sente responsabile per intero del comportamento dei suoi personaggi, e assai meno del suo protagonista" (gli strafalcioni gastronomici di Pepe gli appartengono tutti e in esclusiva). Teoria ribadita recentemente in una intervista al Salone del gusto di Torino dell'ottobre 2002: "Io non sono Carvalho, che è una creatura letteraria che io utilizzo per i miei romanzi: è un cuoco che si occupa di investigazioni, e per lui la cucina serve a rilassarsi."
Qui non si ricorderà allora Pepe Carvalho. Se ne avrà, su MenSA e altrove, tempo e modo. Vogliamo raccontare quell'episodio del giugno 1992 che appartiene per intero a Manuel e che scolpisce la figura di Vázquez gourmet e di Montalbán uomo, che aveva tutte le straordinarie qualità, nessuna esclusa, repertoriate dai media, tra materiali d'archivio e dichiarazioni colte, come si dice, a volo, tra veri e falsi amici, veri e falsi colleghi.
Radunati in una vasta sala di un Palazzo dei congressi di Viareggio, privo, naturalmente di ristorante, si discorreva, al nostro tavolo, veramente di tutto, dal cinema al calcio allaManuel Vázquez Montalbán letteratura poliziesca, di poesia catalana. Guccini parlò con Manuel di Joan Manuel Serrat, comune amico catalano, autore, tra l'altro, de La tieta, bellissima canzone tradotta in italiano, per Mina, come Bugiardo e incosciente (?).
A un certo momento atterrano sulla tavola due maestose piramidi di polpetti, fritti e in insalata tiepida.
Con ovvia naturalezza Manuel si sentì in diritto di rivolgere all'incolpevole cameriere la fatale richiesta: "¿No hay vino tinto?". "Chiedo, signore", rispose quegli, leggero e tranquillo, ignorando l'importanza e la serietà della richiesta e ignorando, più in generale, povero allievo di qualche scuola alberghiera italiana, portavivande su due gambe, l'esistenza di un mondo, di una dimensione in cui determinate mancanze equivalgono all'analfabetismo totale. Non tanto e non soltanto perché è largamente preferibile e preferito, non solo in Catalogna, innaffiare (e anche cucinare, in molte preparazioni) i tentacolari molluschi con vino rosso, ma perché è fuori di ogni possibile immaginazione che un qualsiasi catering minimamente civile, professionale, non sia in grado o non voglia far fronte a piccolissimi imprevisti come quello.
Alla risposta negativa del cameriere, che si prese, per assolvere a tale incombenza, il tempo occorrente per consentire al fritto di intiepidire e alla tiepida insalata di freddare, si spezzò una delle corde più tese e delicate del carattere di Montalbán, Le ricette di Pepe Carvalhoin cui convivevano, in ugual misura, spigoli e rotondità, spigole e polpi, per stare ironicamente al protagonista dell'episodio che andiamo raccontando: Manuel, "uomo scontroso e allegro, ironico, fermo e coraggioso" (Tabucchi, sull'Unità di domenica 19 ottobre). Montalbán, uomo assai educato, senza offendere il messaggero, ebbe uno scatto d'ira fragoroso e indignato, prolungato al punto di rovinargli l'umore per il resto della serata, vani tutti i tentativi dei suoi commensali - solidali - di fargli ingoiare un polpo che era diventato, senza vino tinto, un rospo: "¡No hay pulpo sin vino tinto!".
Non sappiamo, né sapremo mai come avrebbe reagito Pepe Carvalho. Sappiamo come reagì Manuel Vázquez Montalbán. E, nel ricordarlo, comprendiamo davvero chi era il gourmet e chi il cuoco tra Manuel e Pepe. E ci convinciamo sempre di più che le pagine di gastronomia pura che Montalbán ci ha lasciato (e quelle che forse i curatori della sua eredità letteraria ci offriranno postume) hanno un valore e una dignità autonomi e assoluti, cosa che è difficile dire per gli altri grandi scrittori o giallisti gourmet che lo hanno preceduto, Rex Stout e Simenon compresi.
Nessuna di quelle pagine - e delle altre che ha scritto - brucerà mai nei nostri camini.

Rino Pensato


Vázquez Montalbán e la gastronomia: l'opinione di Valerio Varesi, giallista gastronomo.

Poche cose telegrafiche a caldo e un po' alla rinfusa sulla letteratura gialla, la gastronomia e Manuel Vázquez Montalbán
Mi pare di poter dire che Montalbán sia stato il giallista che, pur divertendosi molto, abbia dato più peso di tutti alla gastronomia nei suoi romanzi. Più di Simenon e dello stesso Nero Wolfe, che, peraltro, rappresenta un caso abbastanza eccezionale nel panorama della letteratura americana.
Sicuramente più densa, soprattutto negli ultimi anni, la presenza della gastronomia nella letteratura europea: da Comastri Montanari a Izzo a Camilleri a, se mi consentite l'autocitazione, Valerio Varesi.
Valerio VaresiA questo proposito vorrei osservare una cosa: soprattutto nel mio ultimo romanzo, Il fiume delle nebbie, la gastronomia serve più per caratterizzare un ambiente, quello della Bassa, che un personaggio. Sotto questo punto di vista è affine a una delle due utilizzazioni che Montalbán ne fa nei suoi romanzi (simile in questo più a Maigret che a Nero Wolfe): l'uso ambientale. La cucina in Montalbán, come in Maigret è anche Barcellona, è anche la provincia francese o la Parigi dei Bistrot. Un'altra cosa che accomuna, nel suo piccolo, il mio commissario Soneri a Pepe Carvalho, rispetto alla cucina, è l'effetto rilassante, dichiarato esplicitamente dai due personaggi e dallo stesso Montale, protagonista dei romanzi di Izzo.


Valerio Varesi replica a MenSA

Nell'articolo "Gola Gialla" MenSA concede a Valerio Varesi, come licenza per la narrazione, di considerare illegale la fortanina anche se questo vino è regolarmente commercializzato.
A questo proposito Valerio Varesi ci ha scritto. Di seguito la sua replica.

Cari amici di MenSA,

vi ringrazio per la citazione del mio libro nel dotto pezzo di Rino Pensato che mi accosta nientemeno che al grande Izzo. E' vero che la Fortanina è oggi commercializzata con la gradazione legale, ma è altrettanto vero che ci sono produttori che si fanno il vino in casa e se lo bevono senza problemi di gradazioni. Considerando la sua indole anarcoide, il Sordo fa altrettanto spacciando poi il frutto della sua botte a chi lo apprezza particolarmente.
Insomma, m'è piaciuto immaginarlo così anche se la realtà commerciale di questo vino è, come ha sottolineato Pensato, ben altro.

Grazie ancora
Valerio Varesi


Vino al vino ... e Navile a Stefano Delfiore

Titolo rebus per i non bolognesi? Solo fino a un certo punto.
Perché i buoni conoscitori dei punti di eccellenza dell'enogastronomia italiana sparsi per la penisola, non possono ignorare l'"Antica Drogheria Calzolari" di via Petroni a Bologna. Dal 1912 questa leggendaria bottega, con i suoi banconi antichi, il suo retrobottega da romanzo, le vicine cantine, le cui "riserve" sono preziose come quelle di Fort Knox, dispensa, serve e mesce vini e caffè a generazioni di bolognesi e ospiti, studenti e professori, filosofi e poeti, vecchiette e giovanotti.
A "servire" la clientela più varia e variegata che possa vantare Bologna provvedono, fra gli altri, i fratelli Sauro (con sua moglie Daniela) e Stefano Delfiore, gente che ha conoscenza e cultura del proprio mestiere, cosa sempre più rara.
Il secondo trova pure il tempo e il modo, intingendo magari la penna nel vino più nero, quello che a Foggia, in Puglia, chiamano 'u gnostr' (l'inchiostro), di coltivare in proprio, nel genere "spezie e droghe", la più antica e sana di tutte: la poesia.
Ed è infatti come poeta che Stefano, già noto agli studiosi e cultori italiani di poesia in dialetto, ha vinto l'edizione 2003 del Premio Navile. Un premio bolognese certo, nato a Bologna, cioè, ma ormai di fama e interesse nazionale ampiamente riconosciuti. Che c'entra MenSA, direte voi. C'entra, c'entra.
Non solo per via del mestiere (primario?) di Stefano Delfiore, ma perché nel suo caso l'espressione "senti questo vino, è poesia", non è una metafora.
Delfiore ha trasformato il vino in poesia. Non solo quello, intendiamoci. Anche il caffè, per esempio. La raccolta con cui si è guadagnato il premio Navile, da una giuria di prim'ordine (Niva Lorenzini, Tommaso Del vecchio, Davide Rondoni, Gregorio Scalise), ha per titolo "Il Caffè di Levante" e sarà pubblicata da Moby Dick di Faenza. E nemmeno potete pensare che la materia della sua poesia sia solo "alimentare". Per Delfiore, come per i grandi poeti dialettali italiani (da Belli a Porta a Marin a Tessa a Di Giacomo a Guerra) la differenza con i poeti "in lingua" non sta nella materia, ma per l'appunto nella scelta dello strumento linguistico.
Chiarito questo, rimane il fatto che MenSA (che non si occupa di premi letterari, ma di cultura gastronomica) onori in Stefano DelfioreIusveidkaiam. Poesie 1983-1995. un notevole rappresentante della amata schiera dei "poeti ebbri". Stefano e le persone di buon senso, soprattutto gli amanti di poesia, sanno ovviamente benissimo che non stiamo offendendo nessuno.
Senza voler tentare ardue sortite storico-letterarie (ma intanto potete dare un'occhiata ai tre volumi del Convivio di Massimo Montanari, cfr. Gli amici di MenSA), diremo che Delfiore sta nella schiera di Wang Wei e delle c. d. "Trecento poesie T'ang", del Bacco in Toscana di Francesco Redi, del Baal di Brecht e di Raymond Carver, dell'Ode al vino di Neruda e delle quartine dell'amato Omar Khayyâm.
E proprio dall'omaggio che Stefano Delfiore rese a Omar Khayyâm nella sua precedente raccolta (Iusveidkaiam. Poesie 1983-1995. Bologna, Fuorithema, 1996, "LibriArena"), che vi proponiamo un sorso della sua poesia. Assaporatelo, ve ne verrà voglia e noi ve ne daremo ancora.

Il Premio Navile per la poesia 2003 sarà consegnato ufficialmente a Stefano Delfiore il 13 dicembre p.v. alle ore 15.30 nella Cappella Farnese di Palazzo d'Accursio.

Adès che la furtónna
I'é un fiàur ch'at sbòcia in man
parché luntèn t'vù stèr
da un bichiròt d'vén ban?
Bavv bavv dal ban vén
che al tèmp l'é un végh destén
e un èter dé cumpâgn
chi sa magâra s'al turnarà
chi sa po' quand,
s'al véin.

Oggi che la fortuna/ è un fiore che ti sboccia tra le mani! perché stare lontano/ da un bicchierotto di quello buono?/ Bevi, bevi del buon vino/ che il tempo è uno strano destino/ e un giorno come questo/ chissà se verrà ancora/ chissà mai quando,/ se tornerà.




Dèsi pènsa se adèsi at rimpéss
ed cuntênnuv al bichîr 'na famna tanta bèla ...
mej stèr luntèn da tòtt quali ch'an s'arvîsa
gnanch un poch al vén ban e a 'na bèla stanèla.
Mej dimóndi andèr a zonzo
e imbariègh tòtt al dé acsé alîgher
da psèr pêrder la strè.
Mej ed vén ban 'na buchè
che dal mer al bûr fand e
dal zîl tótta quanta la spianè.

Pensa se di continuo un poco alla volta/ una femmina dolce ti riempisse il bicchiere .../ meglio stare lontani da tutto ciò che non assomiglia/ al buon vino e a una calda sottana./ Molto meglio andare a zonzo/ tutto il giorno così ubriachi/ da poter perdere la strada del ritorno! Meglio un buon vino/ che del mare l'abisso/ e del cielo tutta quanta la volta.


Stefano Delfiore

Stefano Delfiore, nato a Monzuno (Bologna), nel 1954, vive e lavora a Bologna. Poeta in lingua e dialetto bolognese, ha pubblicato anche testi in prosa. Suoi scritti appaiono nelle riviste letterarie Lengua, Tratti, Lo Spartivento, Diverse Lingue ed altre. Dal 1989 al 1991 ha ideato e sceneggiato due cicli di trasmissioni per la seconda rete radiofonica RAI, dal titolo Difola infola. Nel 1996 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie in dialetto bolognese, dal titolo Iusveidkaiàm (Bologna, Fuori Thema). Una scelta di poesie si trova sul sito web dell'Editore Baskerville
http://www.baskerville.it/teche/9/home.html.


Alberto Angelici e le Ricette Novelle: un assaggio

Alberto AngeliciNon è questa la sede (e il tempo, amici, dove lo mettiamo?) per ricostruire l’affascinante e lunga storia dei versi e delle prose “alimentari”, a fini didattici o “solamente” artistici.
Da Omero a Esiodo a Orazio a Virgilio, da Rustico Filippi a Bonvesin de la Riva a Francesco Redi a Rabelais a Brecht a Neruda (le sue splendide odi al vino, alla cipolla, al pomodoro, al piatto ...) ci piacerà un giorno, con l’aiuto dei nostri amici (iscrivetevi, insieme ce la faremo), abbozzarne un elenco e riprodurre qualcosa di tanto in tanto.
Intanto, godetevi queste originali e gustose, all’orecchio e al palato, delizie che ci ha inviato l’amico Alberto Angelici, già noto ai vecchi amici di MenSA e che, per fortuna, ritroviamo puntuale nei momenti importanti, come questo del nostro passaggio dall’webinfanzia alla webadolescenza (ma il futuro prossimo, quasi immediato potrebbe portarci a dire qualcosa di più di questo).
Buona lettura e buon appetito da MenSA e dal mensiano fedele Albero Angelici.


Il Master Cultura dell'alimentazione dell'Università di Bologna

Sono aperte le iscrizioni al Master Cultura dell'alimentazione dell'Università di Bologna per l'A.A. 2003-2004. Primo ad essere istituito in Italia, nello scorso anno accademico, per l'impegno di Massimo Montanari, massimo storico italiano dell'alimentazione, si avvale di docenti e collaboratori di altissimo profilo: fra questi, oltre allo stesso Montanari, estensore, si può dire, del Manifesto di MenSA, Le regole del gioco, citiamo Alberto Capatti, direttore della rivista "Slow", lo scrittore Folco Portinari, Françoise Sabban, dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris, Ariel Toaff, dell'Università di Tel Aviv, Carlo Petrini, Presidente di Slow Food e… Rino Pensato, di MenSa.

A presto su MenSA un'intervista a Massimo Montanari, Direttore del Master

Dal sito: http://www.almaster.unibo.it

Finalità e obiettivi del Master
Il cibo è un fondamentale elemento costitutivo del nostro patrimonio culturale. Il tema dell'alimentazione coinvolge una pluralità di esperienze nell'ambito storico, antropologico, sociologico, letterario, artistico, a cui gli studiosi stanno oggi riservando crescenti attenzioni, incrociando le proprie competenze con quelle di economisti, tecnici della produzione, dietologi, cuochi e gastronomi. In tal modo la cultura alimentare si pone come un'area di convergenza interdisciplinare di notevole spessore, in grado di offrire una visione a tutto campo di tematiche che coinvolgono la storia e la geografia, l'ambiente e la produzione, l'economia e il turismo. La domanda di formazione culturale oggi è fortissima in tutti i settori lavorativi legati all'alimentazione e alla gastronomia. La riflessione sullo spazio e sul tempo (il rapporto che individui e comunità istituiscono con la propria storia e il proprio territorio) è il punto di partenza imprescindibile per un approccio moderno ai mestieri e alle attività legate al cibo, si tratti di ricerca, di educazione scolastica, di ristorazione, di organizzazione produttiva o commerciale, di informazione e comunicazione sui mass-media. Lo studio, la tutela e la valorizzazione del patrimonio alimentare e gastronomico sono la premessa di una crescita al tempo stesso culturale ed economica di tutto il "sistema" alimentare, inteso nella sua complessità materiale e simbolica, generato e, a sua volta, generatore del "sistema" territoriale.

Da tali considerazioni nasce la proposta del Master attivato dalla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bologna sotto la direzione di Massimo Montanari. Esso riserva un'attenzione preferenziale alle scienze umane ma si rivolge ai laureati di tutte le Facoltà, dato il carattere fortemente interdisciplinare del tema. Attraverso un percorso didattico della durata di un anno, che prevede corsi di base, attività seminariali e uno stage di lavoro, il Master intende costruire una professionalità nuova, formando operatori capaci di studiare e valorizzare il patrimonio alimentare e gastronomico in molteplici ambiti lavorativi.

Sbocchi professionali
La competenza acquisita nel Master Cultura dell'alimentazione può essere indirizzata verso i seguenti ambiti professionali:
- promozione del patrimonio gastronomico del territorio per conto di enti pubblici e privati;
- organizzazione di eventi a finalità culturale e turistica legati alle risorse alimentari e gastronomiche;
- consulenza in aziende del settore agroalimentare interessate alla valorizzazione culturale della loro attività;
- pubblicistica speciale (editoria e critica gastronomica, ricerca storica);
- gestione, valorizzazione e conservazione di materiali e testimonianze relative alla cultura alimentare presso archivi, biblioteche, musei, centri di documentazione

Iscrizioni e frequenza
L'accesso al Master è consentito ai laureati di tutte le Facoltà ed è a numero chiuso (20 studenti). In più sono previsti 4 posti da uditori, anche non laureati, ai quali verrà rilasciato un attestato di frequenza senza conferimento del titolo.

Bando, insegnamenti e tutte le altre informazioni sono disponibili sul sito: http://www.almaster.unibo.it/presentazione/10_bando.asp

Il termine per le domande è fissato al 3 dicembre 2003. La selezione avverrà attraverso una prova orale (colloquio) che si terrà il giorno 17 dicembre 2003 alle ore 11.

Tu mi tradisci, io ti mangio
Chi mangia chi nel 33° canto dell'Inferno

di Guido Mascagni

Anche se dantesco, trattandosi dell'Inferno la questione non poteva che essere - come in effetti è - eterna: ma il Conte Ugolino, questo ghibellino pisano condannato per tradimento a morire di fame in una torre li ha o non li ha mangiati figli e nipoti? Quel digiuno a cui il dolore lascia il passo nel verso 75 del canto XXIII come va interpretato? Mistero.
Quel che è certo è che nel 1284, sconfitti dai Genovesi alla Meloria, i Pisani devono ancora fare i conti con gli alleati del nemico, i Lucchesi e i Fiorentini. Ugolino della Gherardesca ci prova cedendo loro alcuni castelli, la pace è fatta, ma la cosa non va giù agli altri ghibellini che lo accusano di tradimento. Tra di essi l'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, che, riuscito ad attirarlo a Pisa con l'inganno, lo fa catturare insieme a due figli e due nipoti, rinchiude tutti in una torre, inchioda l'uscio e ciao.
Quel che succede poi è Dante a raccontarlo: i morsi della fame si fanno sentire, l'angoscia pervade la cella, nel giro di sei giorni figli e nipoti muoiono. E a quel punto il busillis:

    [...] ond'io mi diedi,
    già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
    e due dì li chiamai, poi che fur morti.
    Poscia, più che il dolor poté il digiuno.
    [Inf. xxxiii, 72-75]

Notoriamente le ipotesi sono due: che la fame abbia prevalso sul dolore portando Ugolino a divorare i corpi dei congiunti o che il dolore si sia del tutto stemperato, alla fine, nella sua morte per inedia. Personalmente sono sempre stato più incline alla prima lezione; e questo, soprattutto, per l'avversione e il turbamento immancabilmente vissuti da Dante nei confronti di ogni snaturamento dell'umanità del personaggio, sia per atteggiamento che per figura, come risulta evidente nel pianto davanti al corpo stravolto degli indovini (Inf. xx 21-23), nell'impossibilità di origine emotiva a interrogare un Pier delle Vigne trasformato in albero (Inf. xiii 82-84) e nello "smagamento" dell'animo davanti alla metamorfosi dei ladri (Inf. xxv, 146).

Wiliam Blake
William Blake, Il conte Ugolino e i suoi figli in prigione, 1826
Cambridge - The Fitzwilliam Museum

La puntualizzazione è importante per arrivare a una soluzione plausibile. Ugolino infatti - attenzione! - è all'inferno per scontare la colpa del tradimento, non quella del cannibalismo, che non è un peccato ma semmai un tabù. E che cos'è un tabù se non la proibizione a compiere un atto verso il quale l'uomo è, o è stato, incline (se non dedito) e che la società, la cultura, le leggi, il superio o comunque si voglia definire la sovrastruttura ha condannato come in grado di snaturare l'umanità di chi se ne macchia? Dante, che non è Lévi-Strauss e non si propone di scrivere un trattato di antropologia bensì un poema allegorico fondato sulla visone etica del suo tempo, e in più non ha certo voglia di ripetere per la quarta volta di fila lo stilema disumanizzazione-tempesta emotiva, nell'esame di un bel peccato di frode si trova improvvisamente il tabù fra i piedi. Chissà, forse alla riapertura della torre i cadaveri erano stati trovati straziati (topi?) e bisognava spiegare anche questo, ma come? Niente di meglio, evidentemente, che obnubilare la razionalità che fa umano anche il misero Conte, sollevarlo da quella disumanizzante responsabilità sulle ali di una follia da inedia, renderlo "cieco" (ma di comportamento morale, non certo di vista nonostante il popolare modo di dire, "ho una fame che non di vedo") per poi farlo demente e furioso ed infine, riallacciandosi al filo della cronaca, antropofago.
E' l'uovo di Colombo. Toltosi così abilmente dalle strettoie, Dante può ora mandare tranquillamente Ugolino a brancolare sopra i cadaveri dei figli invocandoli e chiamandoli per due giorni, stratagemma di umanità periclitante atta a suscitare il pathos nel lettore e non più nell'autore, quindi addirittura utilizzarne l'abominevole atto per dar materia alla pena, al contrappasso, e in modo affatto originale, grafico e suggestivo, unico anzi tra tutti i confitti nel ghiaccio dell'Antenora.
Il che conclude benissimo il discorso. Ritornato alle radici dell'Uomo e al pasto primigenio, travalicati così drammaticamente tabù e responsabilità morali mediante l'astuto, temporaneo rimedio della follia da digiuno, Ugolino può ora legittimamente riaffacciarsi alla sanità mentale e narrativa forbendosi educatamente la bocca nei capelli dell'Arcivescovo. Lì, all'inferno, proprio lui, il Conte. Noblesse oblige.