Interviste impossibili
Binacchi intervista Artusi-Franz Campi
Sono tornate, in forma scenica, nella splendida cornice del Cortile dell'Archiginnasio di Bologna, le fortunate interviste impossibili a personaggi della storia, che tanto successo hanno riscosso in un formato radiofonico su Radio Tre.
MenSA non ha potuto mancare l'appuntamento del 15 luglio scorso, con l'intervista di Fabrizio Binacchi al grande Pellegrino Artusi (alias l'eclettico e sempre piacevole da sentire e da vedere Franz Campi).
In una scenografica essenzialmente "romagnola", Binacchi, giornalista disinvolto nella doppia veste di intervistat(t)ore, ha dialogato, più che intervistarlo, con Artusi.
Il trasferimento dalla radio all'allestimento scenico (con qualche sbirciatina, discreta, a stilemi televisivi) non era facile. Almeno, non ci è parso facile con Pellegrino Artusi su un tema, paradossalmente, più insidioso, per certi versi, della filosofia (Socrate), della letteratura (D'Annunzio), della storia (Napoleone), della storia criminale (Jack lo Squartatore) e altrettanto insidioso quanto la psicanalisi di Freud e la matematica di Pitagora.

Certo, la scelta di produrre teatralmente l'intervista imponeva comunque una serie di scelte e di interventi, sui testi di Artusi e su quelli, utilizzati, di Ceronetti e Camporesi, ottimamente elaborati e raccordati da Jacopo Gandolfi e Isabella Martoni, che, agli occhi di esperti e studiosi artusiani, possono essere apparsi semplificanti oltre il necessario. L'esigenza di "attualizzare" in qualche modo la filosofia artusiana ha costretto gli autori da un lato a inevitabili (e talora scontate) battute su temi oggi assai in voga, come la biogenetica, la nouvelle cuisine (in verità già alquanto in crisi per conto suo) e altro ancora. Nello stesso tempo, si è scelto, forse con intenzioni didascaliche più giustificabili in radio, di sintetizzare la reale e complessa filosofia gastronomica (e alimentare) del grande forlimpopolese in pochi concetti, i più divulgati o i più accattivanti, sorvolando su altri (pensiamo, ad esempio, tra i tanti, alle sue modernissime idee sulla formazione dei cuochi).
La volontà, infine di focalizzare l'Artusi gastronomo - e la preoccupazione di non turbare il corso lieve dell'intervista - non hanno consentito di fare troppi excursus sulle sue vicende umane, in particolare sulla tragedia della violenta incursione in casa Artusi del Passatore e della sua feroce (altro che cortese) banda. Episodio che segnò la sua vita per sempre e che viene rievocata, senza enfasi drammatica, ma in termini di crudezza essenziale, in una delle pagine più belle e intense dell'autobiografia.
In conclusione, un evento parateatrale che, giudicato sulla base delle intenzioni della produzione (opera del sempre attivissimo e vulcanico Rino Maenza), di tradurre una giustamente famosa pièce di teatro radiofonico in una ben più ardua messinscena teatrale, non poteva materialmente conseguire risultati migliori, in termini di allestimento - una nota di merito veramente speciale agli eccellenti preludi e intermezzi del bravissimo Marco Lo Russo alla fisarmonica - e di successo di pubblico.
I fan "agguerriti" di Artusi e i suoi cultori e studiosi "paludati" devono rassegnarsi all'idea che una drammatizzazione "a regola d'arte" della vicenda gastronomica, culturale e umana del Pellegrino nazionale richiederebbe risorse (a tutti i livelli, nessuno escluso) da far tremare le vene e i polsi forse anche al Piccolo Teatro di Milano. Grazie, dunque, per ora, e bravi a tutti i promotori e i protagonisti di questa comunque originale, insolita impresa.
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